«Paura ossessiva, l’ha chiamata Glenn.»
«Di che cosa?»
«Ricorda che aveva la mania di coprirsi d’argento? Bene, stamane le abbiamo tolto i monili d’argento che porta sempre con sé, quando l’abbiamo medicata delle sbucciature che si era fatta cadendo. Non vi dico che cosa è successo, quando si è accorta di non averli più addosso. È stata colta da una tale crisi di terrore, che Glenn mi ha mandato a casa a prenderglieli. E come mi ringraziava, poverina, quando glieli ho portati! E poi», continuò la voce nasale della buona donnetta, «c’è l’ossessione per Sam Quain. Rowena dice che deve assolutamente vederlo, che deve dirgli qualcosa di molto importante, ma non vuole telefonargli, non vuole scrivergli, non si fida nemmeno di me per fargli sapere quello che le preme tanto. Mi ha pregato di andare da lui e convincerlo ad andarla a trovare al più presto, perché, dice, deve avvisarlo di qualche cosa. Ma naturalmente non può ricevere visite, finché si trova in quello stato.»
Era quasi mezzogiorno quando Barbee depositò la signorina Ulford davanti alla vecchia casa di University Avenue, e si affrettò a correre in redazione, dove si gingillò coi ritagli su Walraven fino al momento di telefonare al Trojan Arms.
Ma quando aveva già il microfono in mano, si accorse che tutto il suo entusiasmo per rivedere la ragazza dai capelli rossi era scomparso, sostituito da un inspiegabile senso di panico. Bruscamente, riattaccò il ricevitore.
Era l’ora di colazione, ma non aveva fame. Si fermò in farmacia, per farsi dare una dose di bicarbonato, e poi al Mint Bar per un bicchierino di whisky del Kentucky. Questo lo rianimò, e allora pensò di andare a trovare Walraven nel suo studio d’avvocato, nella speranza di dimenticare un’incertezza e un’angoscia che stavano diventando per lui un’ossessione come quella della povera Rowena.
L’uomo politico gli offrì con grande cordialità un altro whisky e cominciò a raccontare storielle sporche sui suoi avversari politici. Ma il buon umore del colonnello Walraven si dissipò quando Barbee alluse discretamente alle obbligazioni delle fognature cittadine; ricordò improvvisamente un impegno urgentissimo, e Barbee se ne tornò al suo tavolo di redazione.
Non riuscì a lavorare. Aveva un bisogno tormentoso di sapere che cosa Rowena Mondrick dovesse dire a Sam Quain. E una lupa dagli occhi verdi seguitava a fissarlo beffarda, nel mezzo del foglio bianco inserito nella sua macchina per scrivere. Era inutile continuare a temporeggiare così, si disse a un tratto. Si scosse di dosso quella irragionevole paura di April Bell, mentre riponeva ancora una volta nel cassetto la cartella di Walraven; e una nuova paura lo colse: d’avere atteso troppo a lungo.
Erano quasi le due: April doveva essere uscita da un pezzo, se lavorava veramente al Call. Salì in gran fretta sulla sua macchina, tornò a casa a prendervi la spilla e si lanciò a velocità pazzesca sulla North Main Street verso il Trojan Arms.
Non lo stupì la vista della grossa macchina di Preston Troy nel parcheggio dietro il residence. Una delle ex segretarie più lussureggianti di Troy, sapeva, occupava un appartamento all’ultimo piano. Barbee non si fermò al banco: non voleva avvertire April e darle così modo d’inventare altre storielle sulla zia Agatha. Non attese nemmeno l’ascensore e prese a salire le scale fino al secondo piano.