Neanche allora si stupì nel vedere la figura massiccia di Preston Troy prece­derlo nel corridoio: probabilmente, l’ex segretaria si era trasferita in un altro appartamento. Cominciò a guardare i numeri sulle porte degli appartamenti. Questo era il 2-A, e quello il 2-B; il prossimo doveva essere il 2-C...

E restò col fiato sospeso.

Perché Troy s’era fermato, davanti a lui, sulla soglia del 2-C. Barbee guar­dava a bocca aperta, immobile nel corridoio. L’uomo basso e tarchiato in doppio petto ben stirato e cravatta d’un rosso clamoroso non stette a perde­re tempo a suonare il campanello o a battere con le nocche delle dita. Aprì la porta con una chiave che aveva in tasca. Barbee sentì l’ossessionante asprez­za vellutata della voce intima, bassa di April Bell, e poi la porta si richiuse.

Tornò incespicando verso l’ascensore e premette il bottone della discesa con furia selvaggia. Si sentiva pieno di nausea, come se avesse ricevuto un gran pugno nello stomaco. Era vero, si disse, che non aveva diritti di sorta su April Bell. Lei gli aveva parlato di altri amici, oltre alla zia Agatha. Era chia­ro che non poteva vivere in un residence del genere con quello che guada­gnava al giornale.

Ma Barbee era nauseato lo stesso.

11.

Tornò in redazione: non c’era altro da fare. Aveva deciso di non pensare più ad April Bell, e di cercare sollievo a tutte le crudeli perplessità che uscivano dalle ombre della sua mente a tormentarlo coi suoi antichi rimedi: lavoro sodo e whisky puro.

Riprese la cartella Walraven e batté d’un fiato un articolo sulle durezze patite nell’infanzia dal «Primo Cittadino di Clarendon», bellamente girando intorno ai fatti sordidi che bisognava omettere. Uscì poi per assistere a un comizio di cittadini indignati al grido di «Fermiamo Walraven!» e assunse un tono di garbata e signorile ironia per descriverlo nel modo in cui Grady dice­va che Troy lo voleva scritto: come una riunione cioè di gentaglia prezzolata da inconfessabili interessi.

Aveva paura di tornare a casa.

Cercò di non pensare alle ragioni per cui aveva paura, ma indugiò in crona­ca fino alla chiusura della terza edizione, e infine si fermò a bere qualche bicchierino con alcuni colleghi nel bar di fronte al giornale.