In realtà, aveva paura di andare a letto. Mezzanotte era passata da un pezzo e lui trasudava whisky e stanchezza quando attraversò in punta di piedi l’anticamera scricchiolante della tetra casetta di Bread Street e salì nel suo appartamentino. Sentì a un tratto di odiare con rinnovato vigore quella casa dall’odore stantio, le tappezzerie sbiadite, i mobili brutti e miseri; di odiare il suo posto allo Star e le ciniche menzogne del suo articolo su Walraven; di odiare Preston Troy, e April Bell, e se stesso.
Stanco, solo e amareggiato, lo colse una gran pietà nei propri confronti. Non se la sentiva di scrivere tutte quelle immonde banalità che Troy esigeva dalla sua capacità di giornalista, e insieme non aveva il coraggio di piantare baracca e burattini. Era stato Mondrick che aveva distrutto la sua fiducia in se stesso, il suo orgoglio e il suo entusiasmo, anni prima, quando il rude scienziato aveva bruscamente spezzato la sua carriera di antropologo, senza volergliene dire la ragione. O tutto questo non era che un inutile piagnisteo, e il suo fallimento doveva essere attribuito solo alla sua incapacità? A ogni modo, la sua vita era ormai rovinata, distrutta. Non vedeva nessun avvenire davanti a sé... e aveva paura di coricarsi. Girellò per la stanza da bagno, e bevve ancora dalla bottiglia una lunga sorsata di whisky. Con la vaga speranza che potesse dargli una spiegazione plausibile del suo sogno, prese uno dei suoi vecchi libri di testo dallo scaffale e cercò di leggere il capitolo sulla licantropia.
Il libro elencava le credenze primitive, stranamente universali, sulla possibilità da parte degli esseri umani di tramutarsi in pericolosi animali carnivori.
Scorse rapidamente la lista dei Lupi Mannari, orsi e giaguari umani, tigri, alligatori, squali, gatti umani, leopardi umani, e iene umane. Le tigri mannare della Malesia, lesse, erano considerate invulnerabili nella loro metamorfosi; ma il linguaggio prudente, obiettivo, dell’autorevole accademico che aveva scritto l’opera appariva arido e monotono a paragone della realtà del suo sogno. Gli occhi cominciarono a bruciargli dolorosamente. Mise il libro da parte e se ne andò riluttante a letto.
Una tigre mannara, pensò pigramente, sarebbe stata una trasformazione piena di vantaggi. Quasi con invidia ricordò le caratteristiche della tigre preistorica, dalle terribili zanne a forma di sciabola. Sonnecchiando, ruminò sul terribile potere di quella belva ormai estinta, dagli artigli tremendi e le spaventevoli zanne. E tutta la sua paura di addormentarsi si trasformò in un’ardente sete di vitalità e di forza.
Questa volta fu più facile. Il flusso della metamorfosi fu quasi indolore. Balzò a terra, presso il letto, muovendosi poi in quello spazio angusto con molle eleganza felina. Curioso, si volse a guardare la forma addormentata sotto le coperte, il magro e lungo corpo mortalmente pallido e immobile.
I suoi nuovi occhi vedevano tutto nella stanzetta con straordinaria chiarezza, anche alla debole luce che filtrava, sotto la tapparella abbassata, dal lampione sull’angolo della strada. E improvvisamente si ricordò l’arte che April Bell gli aveva insegnato.
Nulla era assoluto in nessun luogo: soltanto le probabilità erano reali. La sua mente libera era un complesso eterno di energia, che afferrava atomi ed elettroni mediante la catena della probabilità. Quella rete mentale poteva cavalcare il vento o passare attraverso il legno o il metallo: unica barriera insormontabile, il mortale argento.
Fece uno sforzo per ricordare. La porta si fece nebbiosa. Il metallo della serratura e dei cardini apparve e si dissolse di nuovo.
Scivolò attraverso l’apertura, passò silenzioso per l’anticamera ove giungeva la respirazione della signora Sadouski e degli altri suoi inquilini. Anche la porta d’ingresso si dissolse sotto la sua volontà, dopo di che si mise, invisibile, a trotterellare verso il Trojan Arms.