La clinica sorgeva a qualche distanza dalla strada, riparata da una gaia cor­tina di foglie giallo-rosse dell’autunno, mentre i suoi vari edifici apparivano bianchi e severi al di là del fogliame. Barbee, vedendoli, cercò di scacciare la sensazione di angoscia che sempre provava alla vista di qualunque edificio che potesse ricordargli un manicomio. Quelle austere fortezze, si disse, era­no cittadelle di sanità ed equilibrio contro gli ignoti terrori della mente.

Fermò la macchina nello spazio ricoperto di ghiaia dietro l’edificio princi­pale e si avviò a passo rapido lungo un lato dell’edificio verso l’ingresso. Guardando attraverso la siepe altissima che cingeva il prato che si stendeva dall’altra parte, Barbee scorse una paziente camminare eretta fra due infer­miere vestite di bianco. Rimase col fiato mozzo.

La paziente era Rowena Mondrick.

Vestita d’un pesante abito nero a protezione dai rigori dell’aria, portava guanti neri e una sciarpa nera sui capelli bianchissimi. Le sue lenti brune parvero fissarsi minacciosamente sul giornalista. Barbee ebbe l’impressione che sussultasse e si fermasse per un istante.

Ma già aveva ripreso la sua passeggiata dignitosa e fiera, tra le due infer­miere, come se fosse sola. Colto da una pietà devastante, Barbee sentì il bisogno invincibile di parlarle: la sua mente malata, si disse, poteva ancora contenere le risposte alle mostruose domande che lo tormentavano. La veri­tà, pensò, avrebbe potuto liberare entrambi.

La cieca e le due infermiere si stavano allontanando da lui ora, si dirigeva­no a passo lento verso il gruppo di alberi che formava una specie di boschet­to presso il fiume. Corse loro dietro, col cuore che gli martellava nel petto.

«...il mio cane?», stava dicendo Rowena, la voce colma di angoscia. «Non mi è permesso nemmeno chiamare il mio povero Turk?»

Una delle due infermiere, la più alta, le prese il braccio ossuto.

«Può chiamarlo, signora Mondrick, se lo desidera», le rispose pazientemen­te, «ma non servirà a nulla, mi creda. Le abbiamo già detto che il cane pur­troppo è morto, e che quindi sarà meglio per lei non pensarci più.»

«Non è vero!», rispose Rowena con voce querula, acuta. «Non ci credo, e ho bisogno d’avere il mio cane qui con me. Vi prego di chiamare al telefono la signorina Ulford e dirle a mio nome di mettere un avviso su tutti i giornali promettendo una ricompensa molto elevata.»