«Ma perché? Non ha un telefono?»
«Sì, e anche tutti i nostri nemici lo hanno. Tutti quei mostri che fingono di essere uomini. Ascoltano tutto quello che dico e intercettano le mie lettere. Turk era stato abituato a riconoscerli al fiuto, ma ora Turk è scomparso. E il mio caro marito è morto. Non è rimasto nessun altro di cui possa fidarmi, tranne Sam Quain!»
«Di noi può fidarsi, signora Mondrick», disse l’infermiera in tono affettuoso. «Ma ora dobbiamo proprio rientrare.»
«Va bene», disse Rowena, «andiamo.»
Si volse, come rassegnata, ma bruscamente si liberò con uno strattone delle due donne, colte di sorpresa, e si mise a correre via per il prato. «Signora Mondrick, che cosa fa! Via, non deve fare così!»
Le due ragazze si misero a inseguirla, ma la poveretta correva con un’agilità incredibile. Per qualche istante parve guadagnare terreno e Barbee pensò che potesse raggiungere il gruppo d’alberi presso il fiume. Aveva quasi dimenticato che Rowena era cieca, ma a un tratto la povera donna inciampò nel sostegno di un innaffiatoio automatico e cadde bocconi sul prato.
Le due infermiere accorsero e l’aiutarono a rialzarsi, e tenendola per le braccia con dolce fermezza si avviarono verso l’edificio centrale. Barbee fu preso da un desiderio imperioso di fuggir via, quando vide le tre donne venire verso di lui, perché la follia di Rowena risolveva anche troppo l’enigma dei suoi sogni; ed era stato colto dal terrore che gli ispirava la frenetica lucidità intravista sotto l’apparente pazzia della cieca.
«Buongiorno, signore», gli disse l’infermiera alta, squadrandolo incuriosita e tenendo Rowena più saldamente che mai. «Desidera qualche cosa?»
«Ho lasciato ora la mia macchina nel parcheggio della clinica», disse Barbee indicando col mento lo spiazzo dietro l’edificio. «E vorrei vedere il dottor Glenn.»
«È al di là della siepe che dovete andare», sorrise l’infermiera al suo errore evidente, «dove c’è il viale che gira intorno alla palazzina. E dia il suo nome alla signorina alla porta.»