Barbee non la udì nemmeno, intento a osservare Rowena, che si era irrigidita al suono della sua voce e ora se ne stava muta e immobile fra le due infermiere, come gelata dal terrore.
Gli occhiali neri erano caduti, o si erano spezzati, quando aveva inciampato, e ora le sue occhiaie spente e straziate aggiungevano una nota di orrore alla sua pallida faccia terrificata.
«Sono Will Barbee.» Non voleva più parlarle, ora; aveva sentito anche troppo per la sua curiosità, ma non poté fare a meno di chiederle con la sua voce strozzata: «Dimmi, Rowena, che cosa devi dire a Sam Quain?».
Ritta davanti a lui, gli spenti occhi colmi di un orrore immobile, la cieca fu scossa da un tale brivido, che le due infermiere credettero che volesse fuggire nuovamente, e le strinsero le braccia con maggior forza. La sua bocca livida si aprì come per un urlo, ma non ne uscì suono alcuno.
«Dimmi, Rowena, perché quel leopardo nero ti aggredì in Nigeria?» Questa domanda gli era uscita dalla bocca nel modo più inatteso, senza che se ne rendesse conto. «E che specie di leopardo era?»
La cieca strinse fermamente le labbra.
«Che cosa cercava realmente Mondrick nell’Ala-shan?» Barbee sapeva che lei non intendeva rispondere, ma continuò, come spinto da una forza sovrumana: «Che cosa hanno riportato lui e Sam in quella cassa verde? Chi può aver voluto la loro morte?».
Lei si ritrasse di scatto, scuotendo la testa.
«Basta, signore», intervenne severamente l’infermiera, «non spaventi la signora! Se vuole veramente parlare al dottor Glenn, l’ingresso è laggiù.»
Le due infermiere si avviarono, sostenendo la povera cieca.