La cieca aveva voltato bruscamente il capo al suono della sua voce. Pros­sima alla sessantina, la moglie di Mondrick conservava una snellezza giovani­le. Le dense onde dei suoi capelli, Barbee le aveva viste sempre bianche, ma il volto, colorito ora dall’eccitazione e dalla temperatura pungente, era roseo e liscio come quello di una giovanetta. Abituato a vederli, Barbee non badò agli occhiali dalle lenti d’un nero opaco.

«Oh, salve, Will!», disse la cieca con voce calda e musicale. «È sempre un piacere conoscere i tuoi amici.» Si passò il corto guinzaglio del cane nella mano sinistra, e porse la destra. «Molto lieta, signorina Bell. Come sta?»

«Bene». La voce di April era dolcemente remota, e lei non accennò mini­mamente a prendere la mano che la cieca le porgeva. «Grazie.»

Arrossendo, Barbee tirò con forza la manica della ragazza, che si ritrasse di scatto. Vide che le sue guance s’erano fatte livide, in forte contrasto con il rosso violento della bocca. Socchiusi, quasi neri, i suoi occhi fissavano ancora i pesanti braccialetti d’argento di Rowena. Confuso, Barbee cercò di salvare la situazione.

«Stai bene attenta a quello che dici», avvertì Rowena in un tentativo di far dello spirito, «perché April lavora per il Call e stenografa ogni parola che la colpisca.»

La cieca sorrise, con grande sollievo di Barbee, come se non si fosse accorta della scortesia di April Bell. Chinando il capo da una parte, per tendere l’orecchio verso il rombo che riempiva il cielo, domandò ansiosamente:

«Non sono ancora atterrati?».

«No», rispose Barbee. «Ma è questione di minuti.»

«Dio sia lodato», sospirò la donna. «Sono stata così in pensiero, questa volta, fin dal giorno che Marck è partito. Non sta bene, e continua a correre rischi sempre più gravi.»

Le sue mani sottili furono scosse da un tremito, notò Barbee, e strinsero il guinzaglio del cane con forza così convulsa che le nocche divennero livide.