«Ci sono cose sepolte che devono restare sepolte», sussurrò poi. «Ho fatto di tutto perché Marck non tornasse a quegli scavi di Ala-shan. Avevo paura di ciò che avrebbe potuto trovarvi.»
April Bell stava ascoltando attentamente, e Barbee la udì trattenere il fiato.
«Lei», mormorò, «aveva paura?» La sua penna, puntata sul minuscolo taccuino, ebbe un fremito. «Che cosa temeva che il suo famoso marito potesse trovare?»
«Niente!», si affrettò a rispondere la cieca, come spaventata. «Proprio niente!»
«Me lo dica», insistette la ragazza duramente. «Tanto vale che me lo dica perché credo di poter già indovinare...»
La sua voce sommessa si ruppe in un urlo soffocato, e lei indietreggiò barcollando. Il guinzaglio del cane lupo era scivolato tra le dita della cieca, e silenziosamente l’enorme cane si spingeva verso la ragazza spaurita. Barbee cercò di tenerlo lontano con un calcio, ma il cane lo superò, digrignando ferocemente i denti.
Barbee si girò fulmineo e afferrò il guinzaglio. La ragazza aveva alzato le braccia istintivamente. La sua borsetta di coccodrillo, scagliata lungo una parabola fortuita, le salvò la gola dalle fauci rabbiose. Sempre ferocemente silenzioso, l’animale tentò di balzare ancora, ma Barbee stringeva ormai saldamente il guinzaglio.
«Turk!», chiamò Rowena. «Turk, a cuccia!»
Docilmente, sempre senza un ringhio o un brontolio, il grande cane da pastore trotterellò verso la sua padrona. Barbee restituì il guinzaglio alla cieca, che lo cercava brancolando con la mano, e Rowena si trasse accanto la bestia, che aveva il pelo irto.
«Grazie, Will», disse calma. «Spero che Turk non abbia fatto male alla tua signorina Bell. Ti prego di farle tutte le mie scuse.»