Barbee scosse il capo:

«No», disse. «Ascolti: dica al dottor Glenn che sono venuto per vederlo. Dica semplicemente che ho aiutato una lupa bianca ad ammazzare il cane della signora Mondrick. Sono certo che troverà il tempo di ricevermi.»

La sacerdotessa si dedicò al suo centralino telefonico e un minuto dopo i suoi occhi si volgevano luminosi su Barbee:

«Il professore sarà lieto di riceverla fra un minuto», annunciò con una voce di velluto liquido. «L’infermiera Graulitz l’accompagnerà.»

L’infermiera Graulitz era una bionda muscolosa, dalla faccia equina e gli occhi duri e limpidi come il cristallo. Il cenno del capo con cui salutò il gior­nalista era una fredda sfida, come se intendesse dargli una medicina molto cattiva e costringerlo a dire che era squisita. Barbee la seguì per un lungo corridoio silenzioso fino a un piccolo studio.

Con una voce roca che ricordava la sirena di un rimorchiatore nella nebbia, la donna gli rivolse una serie di domande: quali malattie aveva avuto, chi avrebbe pagato la sua nota ospedaliera, quanto beveva di solito. Scrisse le risposte su un cartoncino e gli fece firmare un modulo che lui non tentò nemmeno di leggere. Mentre Barbee firmava, la porta si aprì alle sue spalle.

La donna si alzò e disse col suo vocione ronfante e soffocato: «Il professore è pronto per riceverla».

Il celebre psichiatra era un bell’uomo, molto alto, con neri capelli ondulati e occhi nocciola lievemente fissi. Porse a Barbee una mano abbronzata dal sole e ben curata, sorridendo cordialmente. Guardandolo, Barbee ebbe l’im­pressione fuggevole di averlo conosciuto intimamente in passato e poi di averlo dimenticato. Impressione, pensò, che doveva dipendere dal fatto di essere venuto a sentire molte sue conferenze e di averne parlato sul giornale.

«Buongiorno, signor Barbee», disse Glenn con voce profonda, stranamente riposante. «Di qua, prego.»

Il suo studio era lussuosamente semplice, con due grandi poltrone di pelle, un divano con un foulard immacolato sul cuscino, orologio, portacenere e vaso di fiori su un tavolinetto, alti scaffali pieni di opere mediche e copie della Psychoanalytic Review. Dalle persiane socchiuse si godeva la vista del fiume e delle sue rive boscose e dell’autostrada, là dove si piegava a formare un’ansa.