Raccontò della morte improvvisa di Mondrick, del gattino strangolato e dell’inesplicabile paura che i superstiti sembravano avere della cassa portata dalla spedizione. Descrisse il sogno in cui aveva corso la città sotto forma di lupo in compagnia di April Bell e in cui il cane Turk era morto... Spiando il volto di Glenn, Barbee poté scorgervi soltanto un interesse professionale di calma simpatia.

«E questa notte, dottore, ho fatto un altro sogno. Mi sembrava di essere una tigre dai denti a sciabola... tutto era straordinariamente reale. Quella ragazza era ancora con me, e mi dava istruzioni su quello che dovevo fare. Abbiamo seguito la macchina di Rex Chittum sulle colline, e io ho ucciso Rex sul passo di Sardis Hill.»

Parlandone, quel sogno gli sembrava meno orribile. Un po’ della calma di Glenn sembrava essere passata nel suo stato d’animo.

Riprese, con un lieve tono di distacco: «Ora, Rex è morto esattamente come io ho sognato di ucciderlo». Disperatamente, scrutò il volto dello psi­chiatra. «Mi dica, dottore, come è possibile che sogno e realtà combacino così perfettamente? Crede proprio che io possa avere ucciso Rex Chittum questa notte sotto la suggestione di un maleficio occulto, o sono già impazzi­to del tutto e non me ne sono ancora reso conto?»

Con molta precisione, Archer Glenn congiunse insieme le punte delle dita.

«Ci vorrà tempo, signor Barbee.» E la sua testa bruna annuì gravemente. «Sì, parecchio tempo. Io le proporrei di fermarsi qui a riposare per qualche giorno. Ciò permetterà al nostro corpo sanitario di occuparsi di lei nelle mi­gliori condizioni possibili.»

Barbee si alzò atterrito dalla poltrona.

«Ma, che cosa mi dice dei miei sogni?», gracidò con voce strozzata. «Ho veramente commesso le cose che ho creduto di sognare? Oppure sono paz­zo?»

Glenn rimase immobile a guardarlo coi suoi placidi occhi sonnolenti, fino a quando il giornalista non ricadde a sedere nella sua poltrona.

«Le cose che avvengono, spesso non sono così importanti come l’interpretazione che il nostro cervello, più o meno inconsciamente, tende a darne.» La voce profonda di Glenn risuonava con indolente noncuranza. «C’è un punto tuttavia del suo racconto che mi sembra molto significativo: ogni incidente che ha menzionato, dal fatale attacco d’asma di Mondrick alla disgrazia di cui è rimasto vittima Chittum... la stessa morte del cane della signora Mon­drick... hanno una spiegazione naturale perfettamente logica.»