Il medico ricongiunse le punte delle dita. «In tutti noi, signor Barbee», disse, «si nascondono sentimenti inconsci di paura e di colpa. Sorgono nell’infanzia e danno un’impronta a tutta la nostra vita. Esigono di esprimersi e riescono a farlo in modi che ben di rado potremmo immaginare. Anche l’individuo più sano ed equilibrato cela in sé questi segreti e insospettati motivi. Nel suo caso, per esempio, non crede possibile che, in un periodo in cui i suoi freni coscienti sono indeboliti da una combinazione di estrema stanchezza, violenta emozione ed eccesso di alcool, questi sentimenti sepolti abbiano cominciato a trovare espressione attraverso sogni particolarmente vividi o addirittura allucinazioni allo stato di veglia?»
Barbee scosse il capo, più che mai a disagio. Un vago risentimento si andava impossessando di lui per il modo in cui Glenn aveva di sondarlo così freddamente.
«Forse», continuò tranquilla la voce profonda dello psichiatra, «lei ha anche cominciato a sentirsi colpevole, in qualche modo, del disturbo che ha colpito la signora Mondrick...»
«Non direi!», lo interruppe Barbee sgarbato. «Come potrei?»
«La stessa violenza della sua protesta dà valore alla mia supposizione fortuita.» Il sorriso indolente di Glenn sembrava avere una sfumatura beffarda. «Ci vorrà un po’ di tempo, come le ho già detto, per rintracciare il meccanismo dei suoi complessi principali. Ma il quadro generale mi sembra già piuttosto evidente.»
«Cioè?»
«I suoi studi universitari nel campo dell’antropologia debbono averle fornito una vasta conoscenza delle credenze primitive nella magia, nella stregoneria e nella licantropia. Sfondo clinico sufficiente a spiegare l’insolita direzione assunta dalle manifestazioni della sua fantasia.»
«Può darsi», rifletté Barbee poco convinto. «Ma come può pensare che io possa sentirmi colpevole della malattia della signora Mondrick?»
I sonnolenti occhi nocciola di Glenn divennero a un tratto singolarmente penetranti.
«Mi dica... ha mai desiderato coscientemente di uccidere il dottor Mondrick?»