«Che cosa?», s’indignò Barbee. «Ma no, mai!»

«Cerchi di ricordare bene», insistette dolcemente il medico. «Eh?»

«No!» s’incaponì Barbee con rabbia. «Perché avrei dovuto desiderare una cosa simile?»

«Mondrick l’ha mai offeso?»

Barbee si agitò un poco sulla poltrona prima di rispondere.

«Anni fa, quand’ero ancora all’università e stavo per laurearmi, Mondrick bruscamente mi divenne ostile. Non ho mai saputo il perché. Mi respinse, quando stava organizzando la sua Fondazione, prendendo invece Quain, Chittum e Spivak. Per parecchio tempo, capisce, gliene ho serbato rancore.»

Glenn assentì, con aria compiaciuta.

«Questo completa il quadro. Lei deve aver desiderato la morte di Mon­drick, inconsciamente, badi, per vendicare l’offesa patita. Ha desiderato di ucciderlo e alla fine quando è morto, lei, in virtù della logica elementare, senza tempo, del subcosciente, si sente colpevole del suo assassinio.»

«Ma non mi sembra», mormorò Barbee innervosito. «I motivi del mio ran­core risalgono a una dozzina d’anni fa, e poi tutto questo non ha niente a che vedere con la malattia della signora Mondrick.»

«Il subcosciente ignora il tempo», gli ricordò Glenn con dolcezza. «E poi io mi sono limitato a dire che forse lei si sente responsabile della malattia della vedova Mondrick. L’improvviso squilibrio della povera signora è ovviamente conseguenza della morte del marito. Se nel subcosciente si sente colpevole di questa, deve con ogni probabilità sentirsi colpevole anche di quanto è occor­so alla vedova.»