«No!» Barbee si alzò ancora una volta, tremando orribilmente. «Non posso sopportare che...»
La bruna testa ben fatta annuì piacevolmente.
«Esatto. Lei non può più sopportare tutto ciò, consciamente. Ed è per questo che il complesso di colpa è ricacciato nel subcosciente: dove, tra i suoi ricordi delle lezioni di antropologia impartite dallo stesso Mondrick, trova adattissimi mascheramenti con cui ossessionarla.»
Barbee, sempre ritto davanti al medico, tremando, inghiottì la saliva con uno sforzo.
«Dimenticare non significa sfuggire.» I sonnacchiosi occhi nocciola sembravano implacabili. «La mente esige una tassa per ogni adattamento che non riusciamo a fare. C’è una specie di giustizia naturale nei meccanismi del subcosciente — o, talvolta, una crudele parodia di giustizia — cieca e inevitabile.»
«Ma quale giustizia? Non vedo...»
«Appunto! Non vede, perché non può tollerar di guardare... ma questo non interrompe l’operazione dei suoi motivi inconsci. Lei si condanna per la follia della signora Mondrick, apparentemente. Il suo senso di colpa rimosso esige una punizione adatta al delitto. Mi sembra che lei stia inconsciamente ordinando secondo certe linee sogni e allucinazioni solo per espiare l’improvvisa follia di Rowena... anche a costo, in definitiva, del suo stesso equilibrio mentale.»
«No, non capisco», rispose Barbee, scuotendo il capo nervosamente. «E poi anche se capissi, la sua spiegazione non spiegherebbe tutto. C’è ancora il sogno della tigre dai denti di sciabola, con la morte di Rex Chittum. I miei pensieri relativamente alla signora Mondrick c’entrano ben poco con tutto questo, e Rex è sempre stato mio amico.»
«Ma anche suo nemico», ribatté Glenn dolcemente. «Con Quain e Spivak fu scelto per la Fondazione, lei mi ha detto, mentre lei fu respinto. E questo fu un colpo grave. È impossibile che non abbia patito un sentimento di invidiosa gelosia...»
«Sì, ma non un sentimento omicida!»