«Inconsciamente, sì! L’inconscio non ha princìpi morali. È cieco ed egoista all’estremo. Il tempo non esiste e le contraddizioni non hanno valore, per l’inconscio. Lei ha desiderato il male per il suo amico Chittum, e alla sua morte ha cominciato a sopportare le conseguenze di quel desiderio colpevole.»
«Molto convincente!», urlò quasi Barbee. «Ma dimentica un piccolo particolare: che io ho fatto quel sogno prima di sapere che Rex era stato ucciso.»
«Lo so che lei lo pensa. Ma la mente ci gioca strani tiri, quando siamo in preda a certe emozioni, relativamente a cause ed effetti. Forse ha inventato il sogno dopo aver saputo della morte del suo amico, e invertito la sequenza dei fatti per trasformare le conseguenze in causa. O forse prevedeva che dovesse morire.»
«E in che modo?»
«Poteva sapere che doveva passare in macchina a Sardis Hill. Sapeva di certo che doveva essere stanchissimo e avere una gran fretta.» Gli occhi apatici si socchiusero. «E, mi dica... non sapeva proprio nulla dei freni difettosi di quella macchina?»
Barbee dischiuse appena la bocca, stupito.
«Nora mi aveva detto che avevano bisogno di una ripassata.»
«Non vede, dunque, anche lei? L’inconscio è attentissimo a ogni stimolo e coglie qualsiasi occasione, si serve di qualunque stratagemma per esprimersi. Lei sapeva, coricandosi, che Chittum aveva tutte le probabilità di rompersi l’osso del collo su Sardis Hill.»
«Probabilità», ripeté Barbee, con un brivido. «Forse lei ha ragione.»
I freddi occhi nocciola erano fissi sul giornalista.