«È nel reparto agitati», rispose il vocione dell’infermiera. «L’edificio attiguo, attorno al quadrilatero. Ho sentito che oggi è peggiorata... qualcosa l’ha sconvolta mentre era fuori per la passeggiata. Non può ricevere visite, e lei dovrà fare a meno di vederla finché non sia migliorata.»
La virago lo lasciò finalmente in quella che doveva essere la sua camera, al primo piano della dipendenza, con l’ingiunzione di suonare per l’infermiera Etting, qualora avesse avuto bisogno di qualche cosa. La camera era piccola, ma comoda, con un piccolo bagno annesso. Non gli fu data chiave della porta.
Le finestre, notò il giornalista, erano di vetro rinforzato con filo di acciaio e munite di una specie di traliccio metallico, così che solo un serpente avrebbe potuto passarvi. Figurarsi! tanto non c’era argento!... si disse. E subito poi pensò: «Dunque, siamo già alla pazzia!».
Si lavò la faccia e le mani sudaticce nel minuscolo camerino da bagno, osservando come tutto fosse studiato e costruito in modo da non avere né spigoli acuti né appigli per nodi scorsoi. Infine sedette stancamente sulla sponda del letto e si sciolse i lacci delle scarpe.
La pazzia? Eppure non gli sembrava di essere pazzo, rifletté; ma del resto, qual era il pazzo che sapeva di esserlo? Si sentiva solo, confuso e stordito per quella lunga lotta per dominare e comprendere situazioni superiori alle sue forze. Era bello potersi riposare per un po’.
Barbee aveva meditato più volte sulla follia, spesso con una specie di cupo terrore... perché suo padre, che ricordava appena, era morto in uno degli squallidi edifici di un manicomio statale. Aveva vagamente immaginato che la perdita della ragione dovesse essere qualcosa di strano ed emozionante, accompagnato da un ininterrotto contrasto di orribili depressioni e accessi di straordinaria euforia. Ma forse non era che qualcosa come quello che lui provava ora, un ritirarsi apatico, sbigottito da problemi divenuti troppo ardui.
Doveva essersi addormentato nel bel mezzo di queste cupe riflessioni; si accorse vagamente di qualcuno che cercava di scuoterlo per la colazione dell’una, ma fu solo dopo le quattro — al suo orologio — che si svegliò.
Qualcuno gli aveva tolto le scarpe e gettato addosso una coperta. L’aria gli sembrava viziata e gli doleva un poco il capo. Aveva un gran bisogno d’un sorso di qualcosa di forte. Forse, era possibile far entrare di contrabbando una bottiglia di liquore. Anche se era per colpa del whisky che si trovava là dentro, un sorso doveva berlo. Alla fine decise, pur senza troppe speranze, di tentare con l’infermiera Etting. Levatosi a sedere sul letto, premette il bottone che pendeva da un filo elettrico a capo del letto.
Muscolosa e abbronzata, l’infermiera Etting aveva una faccia da fumetti umoristici, con denti sporgenti e capelli color topo su cui erano evidenti le tracce di cure infinite e inutili. Sì, gli disse con voce nasale e precisa, gli erano consentiti un bicchierino prima di pranzo e non più di due dopo. Gli portò una dose generosa di eccellente bourbon e un bicchiere di soda.
«Grazie!» Stupito di aver ottenuto da bere, Barbee era ancora vagamente risentito della noncurante sicumera di Glenn e del suo corpo sanitario. «Alla salute dei serpenti!»