Bevve il liquore d’un fiato. Senza battere ciglio, l’infermiera se ne andò col bicchiere vuoto rotolando sulle gambe robuste. Barbee rimase disteso sul letto supino, le mani incrociate sotto la nuca, ripensando a tutto quello che Glenn gli aveva detto. Forse quell’irriducibile materialista aveva ragione. Forse il Lupo Mannaro e la tigre non erano state che allucinazioni...
Ma non poteva dimenticare la vivida realtà delle sensazioni provate nei suoi terribili sogni. Nonostante tutti gli argomenti convincentissimi di Glenn, non aveva mai provato nulla di così reale e tangibile nella vita come ciò che aveva sentito e fatto in sogno.
L’abbondante dose di whisky gli aveva di nuovo disteso i nervi, e si sentì riprendere dalla sonnolenza. Cominciò a pensare che sarebbe stato facilissimo per un serpente scivolare attraverso l’intelaiatura e la graticciata della finestra, appena la luce del giorno se ne fosse andata. Quando si fosse coricato, quella sera, si ripromise, avrebbe cercato di tramutarsi in un gigantesco, bonario serpente e si sarebbe recato ancora da April Bell. Se poi avesse trovato il Presidente con lei... bene, un boa constrictor lungo dieci metri poteva ben sistemare un ometto grasso come Preston.
Un rumore lo svegliò di soprassalto dal dormiveglia in cui stava scivolando, e d’un balzo si levò dal letto. Di quel genere di fantasticherie doveva farne a meno, e lui era a Glennhaven proprio per imparare a guarirne. Le tempie gli pulsavano ancora e la nuca era trafitta dalle solite punture, ma ormai fin dopo il pranzo non c’era più niente da bere. Si lavò la faccia con acqua molto fredda e decise di scendere a pianterreno.
Glennhaven non aveva nulla della cupa tetraggine e della sottintesa violenza che normalmente si attribuiscono agli ospedali psichiatrici. Faceva pensare piuttosto a una tenue terra sognata, dove anime timide e stanche si ritiravano sempre più dalla realtà del mondo esterno e anche da un’altra realtà di quello interiore.
Nella sala di musica, quando Barbee si mise ad ascoltare il giornale radio che parlava di un incidente automobilistico, una ragazza esile, graziosa, lasciò cadere la calza che stava rammendando e corse via, scossa dai singhiozzi. Barbee si mise a giocare a dama con un ometto dalla faccia rosea e la barba bianca, che riusciva a rovesciare con un soprassalto la scacchiera ogni volta che Barbee gli soffiava una pedina, e poi si profondeva in scuse.
A tavola, il dottor Dilthey e il dottor Dorn fecero un tentativo penoso e tutt’altro che fortunato di condurre una conversazione leggera e briosa. Barbee fu lieto di vedere le ombre del crepuscolo autunnale addensarsi fuori delle finestre. Tornò subito in camera sua, suonò per l’infermiera e ordinò i suoi due whisky in una volta sola.
La signorina Etting era fuori servizio e una brunetta zitella e penosamente vivace, di nome Jedwick, gli portò le sue due misure di bourbon e un voluminoso romanzo storico d’aspetto vetusto che Barbee non aveva chiesto. La ragazza si diede poi un gran da fare per la stanza, preparando il pigiama sul letto, pantofole dalla suola di feltro sul tappetino, una vestaglia rossa sulla spalliera della sedia, spianando il letto e palesemente mostrandosi gaia e serena. Ma Barbee trasse un profondo sospiro di sollievo quando finalmente lo lasciò solo.
La doppia dose di liquore lo riempì di una profonda sonnolenza, sebbene il suo orologio segnasse soltanto le otto e lui avesse dormito quasi tutto il giorno. Cominciò a spogliarsi e si interruppe per tendere l’occhio, in preda a un vago malessere. Lontanissimo, chi sa dove, aveva udito un ululato fievole, bizzarro.
I cani delle case coloniche intorno a Glennhaven cominciarono ad abbaiare furiosamente, ma Barbee sapeva che non era stato un cane a ululare. Corse alla finestra, tendendo ancora l’orecchio, e percepì un altro tremulo ululato soprannaturale.