Era la lupa bianca. Che lo attendeva, là, presso il fiume.
Barbee tornò presso il gran letto invitante, e una tremenda paura lo colse. Secondo la logica razionale, scientifica di Glenn, lui doveva accarezzare nel suo subcosciente un odio geloso per Quain e Spivak. Nella logica pazzesca dei suoi sogni, April Bell era ancora decisa a ucciderli, a causa dell’arma ignota ch’essi custodivano nella cassa verde.
Lo atterrì il pensiero di ciò che il terribile serpente avrebbe potuto commettere.
Indugiò il più a lungo possibile, prima di coricarsi. Si pulì i denti con uno spazzolino nuovo fino a farsi sanguinare le gengive. Fece la doccia e con gran cura si tagliò le unghie delle estremità, indossando alla fine un enorme pigiama bianco. Avvolto nella rossa vestaglia che portava ricamato sulla schiena Glennhaven,sedette in una poltrona per un’ora cercando di leggere il romanzo storico.
E intanto la lupa ululava.
Lo stava chiamando, ma lui aveva paura di andare. Si mise a passeggiare nervosamente per la stanza, e un altro suono, ancora più debole dell’ululato, lo fermò di colpo. Era l’urlo di una donna, soffocato, ma non lontano, monotono e terrificante, l’urlo di una donna in preda al terrore e alla disperazione: era la voce di Rowena Mondrick.
Richiuse in fretta la finestra e se ne andò a letto col libro, cercando di sprofondarsi nella lettura, di non udire più nulla, né la voce di Rowena, né il richiamo della lupa bianca, scacciando il sonno che gravava su di lui, sempre più torpido. Ma le parole si confondevano sotto i suoi occhi e il mondo fantasmagorico che lo attendeva lo attirava, con le sue immense possibilità, rispetto alla tetraggine e allo squallore di quello in cui viveva... A un tratto cedette: spense la luce, per abbandonarsi alla sua nuova realtà. Il libro gli cadde di mano...
Ma lui non aveva più mani. Scivolò via dalla forma penosa e vuota che giaceva abbandonata, respirando appena, sul gran letto bianco. Lasciò che il suo lunghissimo corpo fluisse sopra il tappeto, e sollevò la testa piatta e triangolare verso la finestra.
Cadde sul prato sottostante, in un viluppo di spire possenti, e corse strisciando e ondulando, rapidissimo, verso gli alberi che nereggiavano presso il fiume.
La lupa bianca gli venne incontro trotterellando fuori da un folto di salici, coi lunghi occhi obliqui fosforescenti d’una luce verde. Il rettile saettò la nera lingua sottile a sfiorarle il muso fresco e umido, e le scaglie lucenti del suo corpo compatto ondularono di voluttà all’estasi di quel bacio mostruoso.