«Ma hai detto che potrebbe capitare qualche cosa anche a Sam. Che cosa, Will?»

«Lui e Nick erano soli nel laboratorio, no? E custodivano qualcosa che a quanto sembra ha grande valore in quella cassa che hanno portato dalla Mongolia. Due degli uomini che sapevano che cosa fosse sono già morti... e la loro scomparsa rischia di assumere una fisionomia poco chiara, ora che anche Nick è morto... capisci?»

«No, Will!», gridò Nora al telefono. «Non è possibile!»

«La polizia penserà che Sam abbia ucciso Nick per quello che è contenuto nella cassa. È continueranno a pensarlo fino a quando non sapranno che cosa c’è, in quella cassa... Ma vedrai che Sam non vorrà dirlo.»

«Ma non è stato Sam!», gridò spasmodicamente Nora. «Lo sai anche tu che Sam non potrebbe mai fare una cosa simile!»

Il ticchettìo dell’orologio sulla scrivania faceva pensare a onde lente sulla morta superficie del silenzio. Alla fine, la voce sfinita di Nora risuonò ancora nel microfono:

«Grazie, Will... Richiamerò subito Sam, per metterlo sull’avviso». E con rinnovata protesta che le saliva dall’anima: «Ma non è stato lui!».

Barbee ritornò stancamente nella sua camera, si tolse vestaglia e pantofole e si gettò spossato sul letto. Cercò di riaddormentarsi, ma era pervaso da una strana irrequietezza. Il ricordo del sogno lo ossessionava. Dovette suonare per l’infermiera e farsi dare un sonnifero, ma non si addormentò, ed era ancora sveglio, quando udì il sussurro della lupa bianca.

«Will!... Mi senti, Will Barbee?»

«Ti sento, April», mormorò lui, in preda al torpore. «Buona notte, amore.»