«No, Will!» La lupa aveva di nuovo il suo tono imperioso. «Devi tramutarti ancora questa notte, perché un altro compito ci attende.»
«No, basta!», protestò Barbee. «Non voglio più sognare, e poi so benissimo che non ti sento in realtà, che il tuo richiamo non esiste.»
«Oh, Barbee, non cercar d’ingannare te stesso... Lo sai bene che i tuoi non sono sogni. Ora ti prego di stare calmo e di ascoltarmi.»
«No, non ti ascolto e non sognerò più, non voglio più sognare.»
E agitava la testa sul cuscino, come per liberarla di lei e della sua ossessione.
La voce della lupa squillò imperiosa nella sua mente come una frustata.
«Will! Devi ascoltarmi, tramutarti nuovamente e raggiungermi! Subito! E assumi la forma più spaventosa che puoi! Abbiamo un nemico molto più terribile di Spivak da combattere.»
«Quale nemico?»
«La cieca! Quella donna non è più nella clinica, dove nessuno bada alle sue farneticazioni. È scappata, Will, per andare ad avvertire Sam Quain!»
Barbee sentì un brivido gelido correre lungo la spina dorsale, come quando gli si rizzava il pelo sul collo sotto la forma di lupo. Ma era umano ora, sentiva la carezza delle lenzuola sulla sua pelle d’uomo, e i rumori della clinica, lontani, soffocati, col suo ottuso udito umano: i passi distanti dell’infermiera Hellar, il russare d’un dormiente nella stanza accanto, un telefono che suonava con una certa impazienza, frequentemente: