«Ad avvertire Sam? E di che?», domandò, semiaddormentato.
Il sussurro della lupa sembrò a sua volta carico di terrore: «Rowena conosce il nome del Figlio della Notte!».
Con un sussulto, Barbee aprì gli occhi, e levando il capo un poco sul cuscino per guardarsi intorno vide una lama di luce gialla filtrare nella stanza sotto la porta dal corridoio, scorse il pallido rettangolo evanescente della finestra. Era ancora umano, del tutto umano, ed era sveglio.
Pure, il suo roco sussurro non poté fare a meno di chiedere: «Ma chi è questo misterioso cospiratore, che tanta paura faceva a Mondrick, questo tenebroso messia, il Figlio della Notte? Qual è il suo vero nome?».
«Will, non lo sai ancora?» E c’era l’antica sfumatura beffarda nella domanda.
Un’ira improvvisa lo colse: «Lo so, chi è», disse con impazienza. «È il tuo buon amico Preston Troy!»
E rimase in attesa d’una risposta che non venne.
Era solo nella sua stanza, desto e immutato. Poteva udire il frettoloso ticchettio del suo orologio e vederne il quadrante fosforescente, che segnava le quattro e quaranta. L’alba era lontana di due ore buone, ma lui non intendeva addormentarsi fino a che non avesse visto la luce del sole. Non osava...
«No, Barbee», il lieve sussurro lo fece sobbalzare ancora una volta, «il Figlio della Notte non è Preston Troy, ma tu devi meritarti la conoscenza del suo nome. E puoi farlo questa notte stessa, uccidendo Rowena Mondrick.»
Lui s’agitò rabbiosamente sul letto.