«Macché!», protestò. «È chiusa qui dentro, sotto chiave, con un esercito di infermiere che fa buona guardia. Ed è cieca, oltre tutto!»

«Eppure, la tua cieca è fuggita, e in questo momento sta dirigendosi verso Sam, per avvertirlo. Presto, Barbee. Assumi la forma più spaventosa, armati di artigli spietati, di zanne invincibili, perché dobbiamo ucciderla, prima che faccia giorno!»

«No!», urlò Barbee, e poi abbassò la voce per timore che l’infermiera potes­se udirlo. «Ho finito, April Bell! Finito d’essere lo strumento dei tuoi piani demoniaci... di assassinare i miei amici... ho finito anche con te!»

«Davvero, Barbee? Eppure...»

Rabbrividendo, riuscì a levarsi, e quel tenue sussurro si spense. Il suo furore e la sua apprensione avevano spezzato quella terribile trama di illusione, quel miraggio; né lui aveva la minima intenzione di fare del male alla povera Rowena, nel sonno o in stato di veglia.

Si pose a passeggiare per la camera sulle gambe malferme, sempre anelan­do per un po’ di fiato, madido di gelido sudore. Il mostruoso sussurro era veramente cessato. Si fermò presso la porta, tendendo l’orecchio per assicu­rarsene. Tutto quello che poté udire fu un lieve russare singhiozzante e som­messo, interrotto ogni tanto da un gorgoglio soffocato: era l’ometto barbuto, che la sera prima aveva rovesciato la scacchiera della dama, il quale dormiva i suoi sonni agitati dall’altra parte del corridoio.

Aprì cautamente la porta. Qualcuno urlava, in una parte lontana della di­pendenza. S’udivano anche voci di donna, stridule, eccitate. Un rumore di passi affrettati. Lo sportello di un’automobile che si chiudeva con uno schianto rabbioso. E poi il ronzio d’un motore che si accendeva, lo stridere dei freni, mentre la macchina, partita a tutta velocità, risaliva il viale in curva verso il cancello d’ingresso. Rowena Mondrick era veramente fuggita: la cer­tezza di questo lo colpì con la fredda precisione di un pugno in piena faccia.

Forse, come il soave Glenn gli avrebbe poi indubbiamente spiegato, il suo subcosciente turbato aveva semplicemente interpretato tutti i rumori sof­focati di allarme e di ricerca della fuggitiva come prolungato sussurro della lupa bianca.

Silenziosamente, Barbee calzò le pantofole e s’infilò la vestaglia, non di­menticando di cacciarsi nelle tasche il portafogli e le chiavi. Non distingueva più che cosa fosse realtà e illusione. Non avrebbe saputo chiarire a Rowena quale pericolo la minacciasse: non osava prestare fede a quel sussurro. Ma questa volta intendeva prendere parte attiva a qualunque cosa dovesse suc­cedere: e non come sicario del Figlio della Notte.

Il corridoio era deserto, e lui corse silenziosamente fino alle scale, dove si fermò al suono rabbioso della voce del dottor Bunzel: «Farà bene a trovar­la», diceva a un’infermiera. «Era affidata alla sua sorveglianza, specialissima sorveglianza. E lei sapeva che aveva già tentato di scappare.» Un’intonazione di scherno parve raddolcirgli la voce. «Non sarà passata attraverso il muro, vero?»