Intirizzito, gelato nella sua vestaglia di cotone rosso, Barbee trovò nelle tenebre la sua macchina dove l’aveva lasciata, nel parcheggio dietro l’edificio principale. Tratto il mazzo di chiavi di tasca, cercò di avviare il motore facen­do il meno rumore possibile. Un faro si accese improvviso, mentre lui faceva marcia indietro per imboccare il viale, e un omaccione vestito di bianco uscì dall’edificio, urlandogli qualche cosa. Ma Barbee non si fermò, lanciò la mac­china a tutta velocità, evitò per miracolo alla fine del viale il custode che agitava pazzamente le braccia e imboccò l’autostrada buia.

Guardando con ansia nello specchietto, vide che nessuno lo inseguiva, e allora rallentò, per dirigersi verso Clarendon lungo la nuova strada che fian­cheggiava il fiume, scrutando intanto le tenebre per scoprire la cieca fuggia­sca. Vedeva ogni tanto il lampeggiare dei fari delle rare automobili che, in lontananza, passavano sull’autostrada, ma sulla via lungo il fiume il traffico era nullo.

La speranza di trovare Rowena cominciò ad affievolirsi quando giunse in vista del ponte, perché quel ponte era a oltre tre chilometri da Glennhaven e la cieca non poteva essere giunta da sola fin là, senza guida.

E proprio in quell’istante la scorse, figura alta e solitaria, angolosa, che camminava con un passo lungo e legato, frettoloso, proprio davanti alla sua macchina. Era vestita di nero e, nelle tenebre, gli si era materializzata im­provvisamente a breve distanza, tanto che Barbee si buttò con tutto il corpo sul freno, certo d’investirla.

Ma non l’aveva toccata. Barbee trasse un profondo sospiro di sollievo e lentamente fermò la macchina. Era arrivato in tempo per salvarla dal mostruoso pericolo che incombeva sul suo capo e gettare all’aria almeno uno dei piani del misterioso Figlio della Notte.

Si era appena fermato, quando vide i fari di un’altra macchina alle sue spal­le. Non c’era altro da fare, si disse, che prendere la cieca in macchina e portarla da Sam Quain. Un gesto tanto leale avrebbe restituito a Rowena l’antica sua fiducia in lui e sopito gli irragionevoli sospetti di Sam. Ma la cieca aveva udito lo stridere dei freni della sua macchina, perché ora correva via pazzamente nel cono di luce bianca gettato dai fari dell’auto. Poi la pove­retta inciampò nel rialzo di cemento ai margini della strada, cadde carponi e si rialzò traballando, mentre lui, sceso di macchina, le gridava:

«Rowena, aspettami!... Voglio aiutarti!». La donna parve sobbalzare, nel volgersi ad ascoltare. «Lascia che ti aiuti a salire sulla mia macchina, e ti porto da Sam Quain!»

Ma la cieca riconobbe la sua voce, aprì la bocca in un urlo di terrore infinito e si rimise a correre, finché non andò a urtare contro il parapetto di cemen­to; allora, tenendovi sopra la mano come su una guida, lo seguì e si allontanò sopra il ponte.

Come istupidito, Barbee rimase fermo un istante; i fari della macchina inseguitrice si stavano avvicinando. Aveva pochissimo tempo per prendere Ro­wena a bordo, se voleva che arrivasse sana e salva da Sam. Ingranò la marcia, spinse l’acceleratore... e l’antica ombra di sgomento scese su di lui come una cappa tenebrosa.

In quel momento aveva visto la lupa bianca.