Sapeva che non avrebbe potuto vederla, perché in quel momento non so­gnava, e le mani ossute e pelose che stringevano tremanti il volante erano mani umane.

La lupa balzò con languida eleganza dalle ombre oltre il margine della stra­da e venne a sedersi nel mezzo della pista di cemento. La luce dei fari traeva serici riflessi dal suo bianco mantello e rendeva fosforescenti gli straordinari occhi verdi. La luce doveva darle una gran noia, ma lui la vide sogghignare, la rosea lingua pendula da un lato.

Ancora una volta Barbee schiacciò freneticamente il pedale del freno, ma non fece a tempo a fermare la macchina appena avviata. Nemmeno il tempo di chiedersi se la lupa fosse reale o soltanto la folle immaginazione di un accesso di delirium tremens. S’era venuta a sedere troppo vicino alla mac­china, e lui, automaticamente, sterzò per non schiacciarla.

Il parafango sinistro cozzò contro la barriera di cemento. Il volante parve affondarglisi nel petto, mentre la sua testa entrava in durissimo contatto col parabrezza. L’urlo dei freni, il fragore del metallo e dei cristalli che si spezza­vano, tutto si dissolse in una muta tenebra.

Il colpo alla testa doveva averlo stordito, ma solo per pochi istanti, perché lui si riadagiò a un tratto contro lo schienale del sedile, le mani sul volante, mentre cercava di riempirsi d’aria i polmoni e si accorgeva che il suo mal di capo era tornato più violento che mai.

Tremando al freddo della notte, si strinse attorno al corpo rinsecchito la sottile vestaglia di cotone. La macchina s’era fermata diagonalmente attra­verso il ponte. Il motore era spento, ma il fanale destro ardeva ancora.

Barbee fiutò nell’aria l’odore della benzina combusta e della gomma roven­te.

«Ottimo lavoro, Will!», guai allegramente la lupa bianca. «Sebbene non mi aspettassi che questa fosse la tua forma più spaventosa!» E la vide puntargli addosso il fuoco verde dei suoi occhi da dietro una massa oscura, immobile, nel bianco fascio di luce del fanale rimasto. Non riuscì a distinguere la massa informe ai piedi della lupa, ma nulla si muoveva sul ponte e non si udivano più i passi atterriti della cieca. Un dubbio atroce gli attanagliò il cuore.

«Lavoro preciso!», sogghignò ancora la lupa. «Ho potuto sentire il circuito quando ti ho chiamato poco fa: una cieca in fuga sull’autostrada, vestita di nero nel buio della notte e troppo impaurita per sentire l’arrivo improvviso di un’automobile, rappresenta una quasi certa probabilità di morte. Noi l’ab­biamo afferrata molto abilmente. E credo, in fondo, che la tua forma fosse per lei la più spaventosa che si possa immaginare. La sua collana si è spezza­ta e tutte le perline d’argento si sono perdute, quando l’hai urtata. Sarà ben difficile, ora, che possa dire a Sam Quain il nome del Figlio della Notte.»

La lupa bianca girò bruscamente il capo, rizzando le orecchie aguzze.