«Fifi, sei stato molto cattivo», diceva la ragazza, accarezzando la testa del gattino. «Hai rovinato la nostra intervista!» E a Barbee: «Scusami, sai, per Fifi...».
«Niente di male», disse lui; «ma perché te lo sei portato dietro?»
Il verde di quegli occhi indescrivibili s’incupì ancora una volta fino a farsi quasi nero, mentre la loro espressione diveniva intensa, come se una paura segreta ne dilatasse le pupille. In quegli occhi, Barbee lesse una disperazione mortale, come se quella ragazza stesse giocando una partita difficile e rischiosa.
Ma ecco che, l’istante dopo, il volto della ragazza sorrideva di nuovo, mentre lei aggiustava il nastrino rosso del micio.
«Fifi non è mio, ma della zia Agatha», spiegò. «Io per ora abito da lei. Oggi siamo uscite insieme, e siccome la zia doveva fare delle spese mi ha lasciato il gattino. Ma abbiamo appuntamento nella sala d’aspetto, qui. Vado anzi a vedere se è venuta, così potrò liberarmi di questa belvetta.»
Scappò via, e Barbee ne seguì con lo sguardo la figura esile ed elegante allontanarsi con passo elastico, pieno di grazia. Anche il suo modo di camminare lo affascinava. Sembrava l’incedere di un animale selvaggio.
Si avvicinò a Nora Quain e al gruppetto presso il termine della pista di cemento, dove la sagoma confusa del grosso apparecchio passeggeri era calata e si avvicinava rallentando. Barbee si accorse di sentirsi stanco, snervato: probabilmente da qualche tempo lavorava troppo. Ecco perché una ragazza, sia pure insolita come April Bell, poteva averlo turbato tanto.
Nora Quain distrasse la sua attenzione dall’aereo in arrivo per chiedergli:
«È importante per te quella ragazza?».
«L’ho appena conosciuta.» Barbee esitò, perplesso. «Ma mi sembra un tipo... insolito.»