Lo studio era in realtà un enorme salone, con un gran bar luccicante a un’estremità e le pareti decorate da trofei di caccia e nudi dipinti a olio. L’aria sapeva di sigaro e di cuoio, vi si respirava importanza e denaro, e Preston diceva spesso infatti che s’era fatta più storia in quella stanza che nello stesso palazzo del Governatore.
La prima cosa che Barbee vide fu un cappotto di pelo bianco gettato sulla spalliera d’una sedia, dal quale un minuscolo occhio di giada sembrava guardarlo maliziosamente sopra una spilla. Barbee ne fu colpito come da una mazzata.
«Dunque, Barbee?» In maniche di camicia, con un sigaro nuovissimo in bocca, Troy stava ritto presso un’enorme scrivania di mogano ingombra di carte, portacenere e bicchieri. Sul volto massiccio, roseo del milionario si vedeva un’espressione di cauta aspettazione. «Non è stata allora la sua macchina a investire la signora Mondrick?»
«No. Presidente.» Barbee riuscì a distogliere lo sguardo dalla pelliccia di April Bell. «Hanno cercato di invischiarmi in un pasticcio... esattamente come hanno fatto con Sam Quain!»
«Hanno cercato... chi sono questi signori?»
«È tutta una storia tremenda, Presidente... Se lei avesse la pazienza di ascoltarmi...»
Gli occhi di Troy erano pallidi e freddi.
«Lo sceriffo la troverebbe indubbiamente interessante», disse il milionario. «E anche i medici di Glennhaven.»
«Ma io non sono... pazzo!» Barbee stava quasi per singhiozzare. «La prego, Presidente, mi ascolti, prima.»
«E va bene», disse l’altro, la faccia impassibile. «Un momento.» Si diresse con passo deciso al bar, preparò due whisky con soda e li portò sulla scrivania. «Sentiamo.»