Il Figlio della Notte aveva vinto.

Il gelo della disperazione ancora una volta s’impossessò di Barbee, che or­mai era scosso da un brivido quasi continuo. E quella disperazione era fatta di panico.

Lanciò la macchina verso le colline, spinto da una forza irresistibile. Il con­tachilometri sfiorava i centodieci. Il tergicristallo si fermò quando la mac­china cominciò a salire, e in breve la pioggia appannò completamente il pa­rabrezza. Un autocarro a fari spenti sbucò all’improvviso dalla nebbia, e la macchina lo evitò per miracolo.

L’ago del contachilometri era ora sui centoventi.

Ma la lupa bianca, lunga e sottile, era dietro di lui; Barbee lo sapeva, e i suoi occhi andavano continuamente allo specchietto, per vederla. Ma la neb­bia era da per tutto.

La salita si faceva sempre più ripida e le curve erano sempre più strette ma Barbee non rallentava mai. Era su questa stessa strada che la gran tigre dalle zanne a sciabola aveva dato la caccia a Rex Chittum. Barbee rivide le colline perdute nella notte come gli occhi della tigre le avevano viste, e i suoi incubi ripresero a ossessionarlo.

Ancora una volta fu il grigio Lupo Mannaro, che spezzava la spina dorsale del cagnolino, il serpente gigantesco, che scivolava in cima alla torre a strito­lare Nick Spivak, la tigre, con la strega nuda in groppa, che correva su quelle strade a sgozzare Rex Chittum.

Sempre con l’acceleratore premuto fino in fondo, continuò a tenere la mac­china saettante sulla strada tortuosa, preoccupato solo di fuggire. Alzava gli occhi allo specchietto, e fuggiva.

Perché una morbosa tentazione cominciava ora a tormentarlo: su un angolo dello specchietto c’era un piccolo fermaglio la cui sagoma ricordava uno pte­rosauro, il mostruoso rettile alato di remote età geologiche, e l’immagine di quel serpente alato cominciò a ossessionare Barbee. D’altra parte, glielo ave­va detto Sam Quain: sapere dell’ Homo lycanthropus era orrore e follia. E ormai lui non avrebbe potuto riposare mai più, trovare mai più un porto di pace. Sarebbe stato perseguitato per sempre, braccato dai cacciatori del mi­stero, perché conosceva il loro segreto.

L’auto sobbalzò, giungendo sul passo, e rombò poi lanciandosi giù per la discesa. Da un cartello stradale che i suoi fari avevano bruscamente illumina­to, Barbee seppe di essere a Sardis Hill. Sapeva che lo aspettava la terribile curva, dove la tigre s’era servita del circuito di probabilità per sgozzare Rex Chittum. Già sentiva i pneumatici bagnati slittare sull’asfalto; non gli occor­reva nessuna percezione speciale per vedere quanto la sua morte fosse pro­babile ora; ma non cercò nemmeno di rallentare la macchina, lanciata ormai come un sasso da una fionda.