«Farà bene ad andarsene tranquillamente con loro, signor Barbee. La met­teranno a letto e l’aiuteranno a fare un bel sonno riparatore...»

«Le ho detto che non voglio dormire, che ho paura...», singhiozzò Barbee.

Trattenne il fiato e fece per correre via. Ma le due amazzoni vestite di bian­co lo presero per le braccia e lui cedette subito, tanto era spossato e infred­dolito. Lo portarono nella sua stanza; una doccia calda gli stroncò quel terri­bile batter di denti e il letto fresco di bucato era insidiosamente riposante.

«Resto di guardia qui, nel corridoio», gli disse la Hellar. «Le farò una inie­zione se non si addormenta da bravo subito.»

Ma non fu necessaria nessuna iniezione. Il sonno lo avvolse in una rete ondeggiante e maliosa, irresistibile.

Cercò di lottare contro di essa... fino a quando qualcosa lo costrinse a guar­dare la porta chiusa. I pannelli inferiori si andavano lentamente dissolvendo. La lupa si materializzò nell’apertura e venne avanti trotterellando. Sedette in mezzo alla stanza, fissandolo con occhi divertiti, pieni di attesa. La lingua le penzolava rosea tra le zanne bianchissime.

«Puoi aspettare fino a che si faccia giorno», le disse lui stancamente. «Ma non puoi farmi tramutare, perché tanto non dormirò.»

«Non c’è più nessun bisogno che tu dorma», ed era la voce bassa e vellutata di April. «Ho detto or ora al tuo fratellastro che cosa è successo questa notte a Sardis Hill, e lui ne è rimasto molto contento. Dice che devi essere potentissimo, perché nemmeno le infermiere si sono accorte di nulla. Ha detto anche che ormai potrai trasformarti quando vorrai, senza l’aiuto del sonno, perché non hai più resistenze umane da sopraffare.»

«Che cosa stai dicendo?» E Barbee si levò prontamente a sedere sulla spon­da del letto, aggrottando la fronte. «Che cosa le infermiere non hanno vi­sto?»

«Non lo sai proprio, Will?»