Barbee si sentì venire la pelle d’oca.

«Non era per caso...», e inghiottì convulsamente, «Rowena Mondrick?»

«Rowena Stalcup, allora. Era ignara dei suoi poteri, finché tuo padre non cominciò a ridestarli. La inorridì l’idea di averti generato dal suo matrimo­nio, anche quando credeva che tu saresti stato umano.»

«E io l’ho uccisa! Mia madre!», mormorò Barbee inorridito.

«Era la nostra nemica più accanita! Finse di unirsi al clan di tuo padre e poi usò le arti che aveva appreso per scappare e consegnare i segreti del clan a Mondrick. Fu lei che mise Mondrick per la prima volta sulle nostre tracce. E continuò a lavorare con lui fino a quando uno di noi l’accecò, in Nigeria, mentre lei stava per scoprire una di quelle Pietre, quelle armi discoidali, più micidiali dell’argento, che i nostri nemici della preistoria seppellivano coi nostri antenati uccisi per tenerli nelle loro tombe.»

Prendendosi la testa fra le mani, Barbee mormorò:

«Oh, se l’avessi saputo!». E poi, evitando di guardare la lupa: «Che cosa voleva dire a Sam?».

«Il nome del Figlio della Notte. Ma noi abbiamo agito molto bene, tu so­prattutto, Will, quando hai finto di essergli amico... Perché tu sei uno dei nostri, Will, e il più potente che abbiamo generato, così potente che dovrai essere il nostro capo. Tu sei colui che noi chiamiamo il Figlio della Notte.»

21.

Si aprì la porta e l’infermiera fece capolino nella stanza buia scuotendo il capo in mite rimprovero: «Ah, signor Barbee», lo ammonì dolcemente. «Prenderà una polmonite se rimarrà là seduto a chiacchierare tra sé tutta la notte. Se ora, quando torno con l’iniezione, non la trovo a letto...»