Mondrick, sfinito, ansimò ancora, rabbrividendo.

«Preparatevi a qualcosa di terribile, signori. Si tratta d’una cosa così terrifi­cante, che forse non riuscirete a credermi. Ma dovrete accettarla, come ho dovuto fare io, quando avrete visto anche voi gli oggetti che abbiamo portato da quei sepolcri preistorici trovati nel cuore del deserto di Gobi. Le nostre scoperte nell’Ala-shan risolvono molti enigmi. Noi», e i suoi occhi stanchi si volsero riconoscenti ai tre uomini intorno alla cassa cerchiata di ferro, «ab­biamo trovato la risposta a molti enigmi della scienza, la soluzione di misteri così ovvii, così impliciti nella nostra vita quotidiana, che la maggior parte di noi non è nemmeno consapevole della loro esistenza. Abbiamo trovato la risposta a una domanda che, forse, vi farà sorridere: perché, signori, nella nostra vita sembra che il Male predomini?»

La sua faccia plumbea s’era trasformata ora in una maschera di dolore.

«Non v’è parso a volte di scorgere una deliberata volontà malefica dietro le avversità? Non vi siete mai chiesti che cosa si nasconda sotto l’inguaribile discordia che divide il genere umano? Sotto le guerre, le lotte civili, l’oppres­sione? Leggendo le cronache dei giornali, non vi ha mai atterrito l’inesplica­bile, inutile mostruosità dell’uomo? Non vi siete mai soffermati a riflettere, talvolta, sulla tragica divisione entro voi stessi, scoprendo nel vostro subco­sciente abissi d’orrore?»

Seguì un altro violentissimo attacco di tosse. Come spezzato in due, Mondrick s’era fatto cianotico. Infine, si passò nuovamente il fazzoletto sulla fronte e riprese, con voce stridula, quasi squarciata.

«Non ho il tempo d’enumerare tutti i tenebrosi enigmi che caratterizzano la nostra vita, individuale e collettiva», ansimò, «ma una cosa ancora voglio dirvi!»

Scosso dalla sensazione di una mostruosa e velata tensione che s’andava acuendo, Barbee si guardò intorno con ansia. Un fotografo stava inserendo un nuovo rullino nella macchina. L’uomo della radio era tutto intento alla registrazione. Meccanicamente, gli sbalorditi cronisti stenografavano sui loro taccuini.

Al suo fianco, April Bell sembrava tramutata in una statua di ghiaccio. Pal­lidissima, stringeva con forza la cerniera della borsetta. I lunghi occhi fissava­no con le verdi pupille dilatate il volto tormentato di Mondrick. La loro in­tensità era impressionante. E in una frazione di secondo, Will Barbee capì con chiarezza una cosa che fino a quell’istante aveva più o meno inconscia­mente avvertito: April Bell gli faceva paura.

Dimentica di lui, la ragazza continuava a fissare Mondrick, movendo lenta­mente le labbra, stringendo la borsetta con una specie di convulsa ferocia, tanto che le dita sottili parevano artigli laceranti.

Mondrick pareva aver ritrovato abbastanza fiato da poter riprendere.