«Sì, gatti.»

Quain s’era fatto pallidissimo, ma rispose: «Ho sentito Mondrick mormora­re, quand’era già in agonia, qualcosa a proposito di un gatto, ma non ne ho visto nessuno».

«Ma perché», insistette Barbee, «doveva pensare a un gatto, proprio in quel momento?»

Gli occhi di Quain lo scrutarono ancora, sotto le palpebre socchiuse.

«L’asma di Mondrick era d’origine allergica», mormorò Quain. «Un’allergia al pelo di gatto. Non poteva entrare in una camera dove fosse stato un gatto senza avere una crisi. Will, hai visto per caso un gatto?»

«Sì, un gattino nero.»

Vide Quain irrigidirsi e, nello stesso istante, April che s’avvicinava, con un passo lungo, armonioso ed elastico, come uno splendido gatto selvatico. La giovane incontrò gli occhi ansiosi di Barbee e gli sorrise allegramente.

«Dove?», sussurrò con impazienza Quain. «Dove hai visto dei gatti?»

Barbee fissò i lunghi occhi di April Bell e qualcosa, dentro, gli disse di non rivelare a Sam Quain che era stata proprio quella ragazza dai capelli rossi a portare un gatto. In April c’era una forza che lo faceva rimescolare e lo trasformava in un modo che preferiva non analizzare. A voce bassa, in gran fretta, rispose di malavoglia:

«Laggiù, dietro il terminal, qualche minuto prima che arrivassero gli aerei. Non ho visto dove sia andato a finire».