April sorrise bruscamente, inarcando le sopracciglia con una punta d’ironia.
«Questa sera stessa, Barbee?», gorgheggiò. «Nora penserà che tu abbia perduto la testa.»
«Forse l’ho perduta.» Toccò la pelliccia, e cercò di non rabbrividire. «Sono scombussolato anch’io: Rowena Mondrick mi è sempre amica, anche se suo marito non ha più voluto esserlo. Ma Sam Quain si prenderà cura di tutto. Spero che tu voglia cenare con me stasera, April.»
E spero, aggiunse a se stesso, che finirai per dirmi perché hai portato qui quel gattino nero e perché hai avuto il bisogno di inventare la zia Agatha e se avevi qualche motivo di desiderare la morte di Mondrick.
«Vedrò di venire», promise la ragazza. «Ora devo sbrigarmi... ho da telefonare in cronaca e poi bisognerà che avverta la zia Agatha.»
Scappò via con l’elasticità e la grazia d’una creatura dei boschi, mai domata. Will la vide entrare in una cabina telefonica sbalordito che una donna potesse sconvolgerlo tanto. La carezza della sua liquida voce indugiava ancora entro di lui.
Il giovane trasse un profondo sospiro, abbassò il viso e strinse i pugni. Si pentì d’aver bevuto tanto whisky in quegli ultimi tempi e di non essersi preso abbastanza cura di sé. Intravvide il biancore della pelliccia di April, oltre il vetro della cabina, e rabbrividì ancora. Si allontanò. Che effetto ti farebbe,si disse, scoprire che quella rossa sirena è una volgare assassina?
Il dolore che si vedeva sulla faccia grinzosa e rinsecchita del vecchio Ben Chittum lo spinse a dire: «Vieni con me, Ben. Ho la macchina qui fuori, ti porto io in città».
«Grazie, Will, non preoccuparti.» Il vecchio riuscì a mettere insieme un sorriso. «Rex tornerà a prendermi, quando avranno messo al sicuro quella cassa a casa di Sam.»
Il gruppetto dei familiari, abbandonato a se stesso dagli esploratori spariti con la cassa sulla macchina di Bennett, si aggirava malinconicamente nella sala d’aspetto. Barbee vide Nora che piangeva, e la piccola Pat cercava di consolarla.