Si volse a guardare se April fosse sempre nella cabina telefonica, poi seguì un’ispirazione improvvisa. Era lo stesso genere d’ispirazioni che lo avevano aiutato a scoprire cento nuovi indizi per rivelazioni sensazionali, quello che Preston Troy chiamava il requisito essenziale del vero reporter: aver «fiuto per le notizie». Una volta ne aveva parlato al dottor Glenn, e l’affabile psi­chiatra gli aveva risposto che quella facoltà non era che frutto di ragiona­menti logici, in atto sotto il livello della mente cosciente.

Si diresse rapidamente verso l’enorme cassone dei rifiuti, dietro l’edificio, e si mise a frugare tra giornali sporchi, cestini da viaggio vuoti e un cappello di paglia sfondato.

Sotto il cappello di paglia, Will Barbee trovò la borsetta di pelle di cocco­drillo.

I due capi di un nastro rosso pendevano fuori della cerniera, gualciti e con­torti come se fossero stati stretti, avvolti intorno a dita convulsamente tese. Barbee aprì la borsetta e trovò il corpicino senza vita del micio nero della zia Agatha. Il nastro rosso, legato a nodo scorsoio, era ancora stretto intorno al collo del gattino, e con tanta forza che la povera bestiola era stata quasi decapitata.

Una goccia di sangue, sulla fodera di seta bianca della borsetta, fece scopri­re a Barbee qualche altra cosa.

Nello spostare col dito il corpicino, il giornalista sentì sotto il polpastrello un oggetto duro e liscio, sepolto nel pelame della bestiola. Lo trasse fuori con cautela, ed emise un lieve sibilo quando lo esaminò alla luce che veniva dal terminal. Era il ricordo di famiglia che April aveva dato per perso, la spilla di giada bianca. La parte ornamentale era lavorata in modo da rappre­sentare un piccolo lupo in corsa, dai verdi occhi di malachite. Il lavoro era delicato e realistico: il minuscolo lupo appariva esile e pieno di grazia, come la stessa April.

Il fermaglio dietro la figura era aperto e il robusto spillone d’acciaio era stato piantato nel corpo del gattino. Una goccia di sangue nerastro lo seguì, quando Barbee lo trasse fuori. La punta, si disse il giornalista, doveva aver trafitto il cuore della povera bestiola.

4.

Barbee rammentava qualcosa di ciò che aveva imparato anni prima alle le­zioni di Mondrick sulle pratiche di magia in uso presso l’umanità primitiva, ma non era uno studioso di quelle che sono chiamate comunemente scienze occulte. Non c’era bisogno di essere esperti, tuttavia, per stabilire che il gatti­no nero e il vecchio esploratore erano morti nello stesso istante e nello stes­so modo.

Quasi certamente era stata April Bell a uccidere il gattino. Lei intendeva dunque — ignara di quanto la morte di Mondrick potesse dipendere da quella nuova magia biochimica, tanto di moda, chiamata allergia — procurare la morte di Mondrick?