Barbee ormai non ne dubitava.

Il suo primo impulso fu di portare la borsetta col suo spiacevole contenuto a casa di Sam Quain; ma abbandonò subito l’idea. La magia poteva essere un soggetto eccellente per monografie di studiosi eclettici e originali come Mondrick, ma Quain sarebbe scoppiato a ridere all’ipotesi di una strega molto giovane, molto bella, molto chic, con le labbra dipinte da un rossetto alla moda e le unghie laccate, che si dava a pratiche di magia nera in una moder­na città degli Stati Uniti. Senza contare che il tono brusco e distante di Sam lo aveva un po’ offeso.

E, poi, sentiva una certa riluttanza a coinvolgere April Bell. Dopo tutto, non aveva nessuna prova che fosse stata la ragazza a uccidere il gatto. C’era­no tanti monelli, all’aeroporto, all’arrivo di ogni apparecchio di linea! Forse, esisteva anche la zia Agatha. Quella sera, a cena, pensò Barbee, avrebbe cercato di sapere quanto più potesse di quella strana ragazza.

Ripulì lo spillo col lupo di giada e se lo mise in tasca, dopo aver gettato di nuovo la borsetta tra i rifiuti del bidone.

Uscendo dalla cabina telefonica, April Bell se lo trovò davanti, in attesa. La ragazza aveva il volto animato, gli occhi lucenti, forse per la soddisfazione di aver concluso il suo primo servizio importante. Certo, non aveva l’aria di un’assassina.

«Finito?», le disse Barbee, e indicando col mento il parcheggio, fuori, dove lo attendeva il suo vecchio macinino: «Posso accompagnarti in città?»

«Grazie, ma anch’io ho fuori la macchina.» Parve trattenere il fiato per un istante. «Zia Agatha aveva un bridge ed è tornata in città con l’autobus.»

«Oh.» Il giornalista cercò di nascondere il suo disappunto, nonché i suoi dubbi sull’esistenza della zia Agatha. «E questa sera, poi, ci si vede?»

«Ho telefonato alla zia, che ha detto di non avere nulla in contrario», ri­spose lei con un sorriso così gaio che gli riscaldò il cuore.

«Magnifico!», disse. «Dove abiti?»