«Noi siamo rivali, dolcezza», le ricordò, cercando di fare il severo. L’occhia­ta ferita di lei non andò perduta, ma il giovane mantenne il tono ruvido della sua voce. «E poi April Bell sembra un nome finto.»

«Mi chiamo Susan, in realtà», e i verdi occhi della ragazza divennero quasi neri tanto era intensa l’implorazione che vi si leggeva. «Ma April m’è parso molto più adatto al mio primo servizio firmato. Ti prego... dimmi qualcosa sulla spedizione... quel Mondrick dev’essere un pezzo grosso davvero, se tutti i giornali vogliono articoli su di lui...»

«È uno studioso veramente in gamba. La sua spedizione si compone soltan­to di quattro uomini, e non ho dubbi che devono avere visto cose incredibili in quelle regioni sconosciute, in mezzo al deserto, in tempi come questi. È già un mistero come abbiano fatto ad arrivare fin là e a tornare indietro. Ma Sam Quain ha amici cinesi, e questi devono averli molto aiutati.»

Con una minuscola stilografica, lei intanto prendeva appunti rapidissimi sul taccuino nero.

«Amici cinesi», mormorò la ragazza scrivendo. Poi alzò gli occhi imploranti: «Davvero non hai idea di che cosa portino di là?».

«Nemmeno la più pallida ombra di un’idea. Qualcuno della Fondazione ha telefonato oggi allo Star per informarci che sarebbero arrivati stasera in ae­reo. Ha anche detto che la spedizione aveva novità sensazionali da annuncia­re. Pare che si tratti di una grande scoperta scientifica. Ci ha consigliato di mandare fotografi e i nostri redattori scientifici, ma lo Star non è giornale che prenda troppo sul serio i problemi della scienza. Secondo il direttore basto io tanto per il servizio su Walraven quanto per quello sulla spedizio­ne.»

Intanto cercava di ricordarsi il nome di un certo personaggio mitologico, affascinante e desiderabile, senza dubbio, quanto lo era April Bell, ma dedita alla brutta abitudine di tramutare gli uomini invaghiti di lei in bestie ripu­gnanti. Come si chiamava... Circe?

Non aveva pronunciato quel nome a voce alta... ma l’improvviso incurvarsi ironico delle labbra, e un certo scintillìo malizioso negli occhi verdi, gli fece­ro pensare per un istante di averlo fatto. Ed era strano, perché non capiva che cosa l’avesse fatto pensare alla mitica maga.

Il disagio durò un istante, che impiegò per cercar di scoprire i motivi di quella strana associazione mentale. Aveva letto Menninger e Freud, cono­sceva il Ramo d’oro di Frazer. Sapeva che i simboli delle antiche leggende entrate nel folklore esprimevano le paure e le speranze dell’uomo primitivo: perciò, l’immagine lampeggiata nei suoi pensieri doveva riportare a qualcosa nel suo inconscio. E non voleva nemmeno sapere a che cosa.

Rise improvvisamente e disse: