«Dimmelo subito, ti prego», insistette lui, ma udì riattaccare il ricevitore. Allora riattaccò a sua volta, e rimase per qualche istante accanto all’apparec­chio a ripensare alle parole di Rowena.

La moglie di Mondrick era sempre stata d’umore bizzarro, per non dire strambo, da quando la conosceva. Solitamente calma e serena, piena di viva­cità e d’allegria con gli ospiti, talvolta abbandonava senza spiegazioni il pia­noforte e la compagnia dei suoi migliori amici, per starsene sola col suo enorme cane, carezzando gli strani monili d’argento che amava portare.

Stranezze che la tragedia africana giustificava pienamente e che ora la mor­te del marito, si disse Barbee, non avrebbe potuto che accentuare.

Il bar del Knob Hill era una saletta semicircolare dalle pareti di vetro, illu­minata da una luce rossastra, diffusa, al neon. L’effetto complessivo era lie­vemente conturbante, forse per confondere maggiormente le idee e spingere la clientela a bere di più. Le poltrone, di cuoio verde e metallo cromato, un po’ troppo angolose, erano più comode all’aspetto che nella sostanza.

April Bell gli lanciò il lampo del suo sorriso scarlatto da un minuscolo tavo­lo nero sotto un arco di vetro percorso da onde di rossa luce vibrante. La pelliccia bianca era gettata con noncuranza sulla spalliera di un’altra poltron­cina, e la ragazza aveva un’espressione di completo benessere sulla sua ango­losa poltrona, come se quell’atmosfera volutamente snervante le si confaces­se in modo particolare. Si leggeva infatti sul suo volto una soddisfazione qua­si felina.

Il suo abito da sera piuttosto provocante era d’un verde cupo che faceva risaltare il verde dei suoi occhi lievemente obliqui. Barbee non aveva pensato a mettersi un abito scuro, e per un istante si sentì a disagio nel suo vecchio vestito grigio, entro il quale il suo corpo magro ballava come un manico di scopa. Ma April non parve badarvi e lui dimenticò il suo disagio contemplan­do tutto ciò che la pelliccia bianca gli aveva tenuto nascosto. La liscia e com­patta carne di lei era quanto di più desiderabile potesse esservi al mondo; pure, Barbee non poté fare a meno di ricordare, a un tratto, l’avvertimento della cieca.

«Potrei avere un dacquari?», chiese April.

Barbee ordinò due dacquari.

Era seduto davanti a lei, ma il minuscolo tavolo li teneva così vicini, che poteva aspirare il sano profumo che emanava. Come ubriaco prima ancora di bere, trovò difficile ricordare il suo piano d’azione, e il sospetto di trovarsi di fronte a un’assassina. L’unica cosa che ora gli premeva era di piacerle, e non gli importava più di scoprire i motivi per cui avrebbe potuto volere la morte di Mondrick. Contemporaneamente, s’accorse di pensare a chi potesse es­sere il «nemico segreto» di Mondrick, in attesa che si manifestasse l’avvento del «Figlio della Notte».

April faceva forse parte di qualche segreto complotto spionistico? In quel torbido dopoguerra, in cui nazioni, razze, ideologie opposte si combattevano per sopravvivere e gli scienziati ponevano a servizio dell’odio internazionale i più sbalorditivi segreti del Creato, non era poi tanto difficile crederlo.