Forse, in Asia Mondrick e i suoi amici avevano scoperto le prove di questa cospirazione, e le avevano custodite gelosamente nella loro cassa cerchiata di ferro. Poi, consapevoli di un pericolo mortale che sapevano inevitabile, avevano cercato di avvertire il mondo; ma Mondrick era caduto vittima di quel pericolo prima di poter parlare...
Ed era stata April Bell a ucciderlo. E il micino nero doveva essere stato l’arma, per assurdo che ciò potesse sembrare.
I due dacquari vennero serviti e i denti bianchi della ragazza lampeggiarono in un sorriso sull’orlo del bicchiere. Barbee, scuotendo impercettibilmente il capo, le sorrise a sua volta, e toccò col suo il bicchiere della ragazza.
Una fattucchiera? Una maga? Una strega?
E con questo? Che c’entrava lui con l’assurda ipotesi che lei avesse cercato di uccidere con arti occulte il povero Mondrick, strangolando il micino nero? Che razza di superstizioni medievali gli stavano passando per la testa da qualche tempo?
Il fatto era che ne aveva piene le tasche della vita che la sorte gli aveva finora riserbata. Ottanta ore alla settimana in quel giornalaccio di Preston Troy, con una paga che gli bastava appena per l’affitto, i pasti e il whisky. Da parecchio tempo ne beveva quasi una bottiglia al giorno, di quello più a buon mercato. April Bell, anche se si credeva una strega, poteva rivelarsi qualcosa di molto meglio, capitato in quella sua sporca vita.
Lei lo guardò, mentre i loro bicchieri si sfioravano con un lieve tintinnìo; i suoi occhi enigmatici lo guardarono con una specie di fredda sfida beffarda.
«Dunque... Barbee?»
Lui si sporse innanzi sul minuscolo tavolino ottagonale.
«Alla nostra... serata!» La vicinanza fisica della donna gli toglieva quasi il fiato. «Ascoltami, April, ti prego... voglio sapere tante cose di te... voglio sapere tutto. Tutto quello che sei stata, tutto quello che hai fatto. Voglio sapere della tua famiglia, dei tuoi amici. Di che cosa sogni e che cosa ti piace la mattina a colazione.»