«Ti avverto... si tratta di qualcosa di basso e doloroso.»
«Voglio saperlo, per conoscerti e apprezzarti meglio.»
«Speriamo», sospirò lei. Un’ombra impercettibile di disgusto le passò sul volto pallido. «I miei genitori non andavano d’accordo; e questo è il nocciolo di tutto, direi. Mio padre... ma non è il caso di portare alla luce troppi particolari sgradevoli. Avevo nove anni, quando mia madre mi portò con sé in California. Gli altri bambini rimasero con mio padre. È per nascondere questo triste sfondo che ho voluto creare il mio velo d’illusione.»
Vuotò il bicchiere nervosamente.
«Vedi, mio padre non passò più un soldo alla mamma per il nostro mantenimento.» La voce della ragazza era piena d’amarezza. «Mia madre riprese il suo nome da ragazza. E si mise a lavorare. Domestica, commessa di negozio, stenografa, comparsa cinematografica, infine qualche particina più che secondaria. Ma era stata una vita terribile per lei, e volle addestrarmi perché io potessi affrontare l’esistenza meno ingenuamente di lei.
La mamma non aveva molta stima degli uomini, e a ragione, direi. Volle dunque che io imparassi a proteggermi. E fece di me... insomma, diciamo una lupa.» I bei denti lampeggiarono in un sorriso assolutamente privo di allegria. «Ed eccomi qui, Barbee caro. La mamma riuscì a farmi arrivare all’università e a pagare un’assicurazione, così alla sua morte ebbi qualche migliaio di dollari. Quando quel gruzzolo sarà finito, se io farò come lei volle insegnarmi...»
Fece una piccola smorfia e cercò di sorridere.
«E ora hai il quadro completo, Will. Io sono uno spietato animale da preda.» Spinse il bicchiere vuoto da parte, bruscamente, in un gesto che non si capiva se fosse d’impaccio o di sfida. «E adesso ti piaccio ancora?»
A disagio sotto la penetrante acutezza di quegli occhi lievemente obliqui, Barbee accolse l’arrivo del cameriere con un senso di sollievo; e ordinò altri due dacquari.
«La squallida realtà dietro il mio povero velo squarciato», riprese April Bell, di nuovo lievemente beffarda, «ti ha fatto passare la paura che t’ispiravo?»