Barbee si mise a ridere, ma a fatica.

«Come animale da preda», disse, «sei splendidamente equipaggiata. Vorrei solo che i cronisti dello Star fossero una preda pagata un po’ meglio. Ma», e la sua voce si fece grave, «c’è un’altra cosa che mi fa paura.»

La fissò, perché aveva avuto l’impressione precisa che il suo bel corpo sotti­le si fosse impercettibilmente teso, come dinanzi a un pericolo. I suoi occhi, che lo fissavano socchiusi, erano diventati quasi neri. Sembrava davvero una fiera rannicchiata là, dietro quel piccolo tavolo, minacciosa e vigile.

«Dunque?», disse. «Di che cosa hai paura?»

Barbee bevve d’un fiato il suo dacquari.

«April...», cominciò. E s’interruppe, perché ora il delicato ovale del volto che gli stava davanti aveva assunto una espressione remota, fredda, quasi ostile, e i verdi occhi s’erano socchiusi di nuovo, come se April sapesse già quello che lui stava per dire. «April», riprese il giovane, costringendosi a parlare, «è di ciò che è accaduto all’aeroporto.» Si chinò sul tavolo, verso di lei, e un lungo brivido lo percorse dalla testa ai piedi. La sua voce si fece ad un tratto dura, accusatrice. «Sei stata tu a uccidere il gattino nero, ho trovato il corpo della bestiola. E lo hai fatto per provocare la morte di Mondrick.»

S’era aspettato un violento diniego, una sbalordita mancanza di compren­sione delle sue parole, come se veramente il gatto fosse stato ucciso da qual­che monello, comunque una reazione battagliera. Ma era completamente im­preparato alla scena che si verificò. Perché April, copertasi il volto con le mani, i gomiti sul tavolino, piangeva ora silenziosamente, scossa da muti e violenti singulti.

Si sentì smarrito, stupido e inerte davanti a quelle lacrime che aveva provo­cato. Le lacrime lo avevano sempre reso impotente e infelice.

«April, ti prego...», balbettò, «davvero, non intendevo...»

Tacque, nel vedere il cameriere che si avvicinava con due altri dacquari e se ne andava con i due dollari del conto e i bicchieri vuoti.