«April», pregò poi, «perdonami, cara, ti chiedo scusa con tutto il cuore...»

La ragazza sollevò il capo e lo guardò silenziosamente attraverso il velo di lacrime che le colmavano gli occhi dal taglio orientale, quegli occhi che appa­rivano ora enormi, neri, solenni; e la sua testa di fiamma assentì due o tre volte, lentamente, in una conferma di stanca sconfitta.

«Dunque, tu sai», disse, in tono amaramente conclusivo.

«Io non so niente», si affrettò a ribattere lui. «So soltanto che tutto questo sta diventando un incubo, e ci sono troppe cose che non riesco a credere o a capire. Non volevo certo offenderti, April, ti scongiuro di crederlo. Tu mi interessi e mi piaci... molto, moltissimo. Ma... insomma, hai visto anche tu come è morto il povero Mondrick.»

April aveva aperto la borsetta di pelle verde per trarne un fazzoletto col quale ora si stava asciugando gli occhi. Poi si incipriò il volto, che le lacrime avevano devastato, e bevve deliberatamente il resto del cocktail. Ma Barbee vide che il bicchiere le tremava fra le lunghe dita sottili. Infine April alzò gli occhi su di lui e lo fissò con espressione triste e solenne.

«Sì, Will», disse lentamente, «mi hai scoperto. Credo che sia inutile voler cercare d’ingannarti oltre. La verità è dura a confessarsi e so che ti sconvol­gerà.»

Fece un’altra pausa, e infine pronunziò poche incredibili parole:

«Perché, vedi: io sono una strega, Will».

Barbee si levò a mezzo, sedette di nuovo e nervosamente trangugiò il suo dacquari. Guardò, battendo le palpebre, il volto triste e serio di April e scos­se due o tre volte il capo, non sapendo se offendersi per uno scherzo di cattivo gusto, o crederla una povera allucinata. Alla fine domandò col fiato mozzo:

«Si può sapere che diavolo dici?».