«Scusami, April, mi permetti di farti qualche altra domanda?».

Le bianche spalle di lei si alzarono, in muta e disillusa stanchezza.

«Ormai», disse, «che importanza vuoi che abbia?»

«Ci sono cose che possono ancora avere molta importanza... per te, per me», rispose lui. La faccia della ragazza esprimeva soltanto una tristezza in­finita, ma questa volta April gli permise di prenderle una mano, mentre le chiedeva con appassionato fervore: «Hai mai parlato di queste cose a qualcu­no che potesse capire, non so, uno psichiatra, o uno scienziato come il pove­ro Mondrick?».

Lei assentì con apatia.

«Ho un amico che sa tutto di me... conosceva mia madre e credo che ci abbia molto aiutato, quando abbiamo passato momenti difficili. Un paio d’anni or sono mi convinse ad andare dal dottor Glenn, Archer Glenn, quel­lo giovane, sai, qui a Clarendon.»

Barbee cercò di soffocare l’istintivo bisogno geloso di chiedere maggiori informazioni su quell’amico, e le sue dita si strinsero sulla mano fredda e inerte di April, ma poi riuscì ad annuire con un’espressione di placida rifles­sività.

«Conosco Glenn», disse. «L’ho intervistato una volta, quando suo padre lavorava ancora con lui; dovevo preparare un servizio per lo Star su Glennhaven, che molti considerano la migliore clinica psichiatrica degli Stati Uni­ti... E che cosa ti disse Glenn?»

«Oh, Glenn non crede alle streghe», rispose lei con la sua aria beffarda. «Cercò di psicoanalizzarmi. Per quasi un anno sono andata ogni giorno a coricarmi per un’ora su un divano del suo studio, a Glennhaven, e a raccon­targli i fatti miei. Ho fatto del mio meglio per collaborare... a quaranta dolla­ri l’ora! Gli ho detto tutto quanto ho raccontato a te, ma lui continua a non credere alle streghe.»

Emise un piccolo riso soffocato.