«Glenn pensa che nell’universo tutto si possa spiegare in base al concetto che due e due fanno quattro. Mi ripeteva che, se si getta una specie di incantesimo su qualunque cosa e poi si ha la pazienza di aspettare, qualcosa prima o poi dovrà accadere. Insomma, voleva dire che io cercavo inconsciamente d’ingannare me stessa. Era convinto che io sia un po’ squilibrata, una paranoica, per chiamare le cose col loro nome. Ma che fossi una strega, non voleva nemmeno lasciarmelo dire.»
Un sorriso malizioso le illuminò debolmente il bel viso.
«Neanche quando glielo dimostrai.»
«Glielo dimostrasti? E in che modo?»
«I cani di solito non hanno simpatia per me, e ogni volta che andavo a Glennhaven, che come sai è in aperta campagna, i cani delle fattorie mi venivano incontro sulla strada, pieni di odio, abbaiando frenetici, e mi perseguitavano così dalla fermata dell’autobus fino alla clinica. Un giorno che ne avevo veramente abbastanza, decisi di dare una piccola dimostrazione a Glenn. Portai un po’ di creta umida e la mescolai alla polvere presa ai piedi d’una panchina all’angolo, dove i cani erano soliti sostare. Nell’ufficio di Glenn, modellai con la creta le figure di cinque di quei cani. Mormorai una delle mie filastrocche, sputai sopra i modellini e infine li spaccai gettandoli a terra. Quindi invitai Glenn a guardare dalla finestra.»
Una luce strana brillava ora negli occhi obliqui della ragazza.
«Aspettammo una decina di minuti. Io gli indicai i cani, che come al solito mi avevano inseguito fin sulla porta della clinica e ora stavano abbaiando alla nostra finestra. Improvvisamente si gettarono tutti all’inseguimento d’una cagnetta, una terrier,che doveva essere in calore. Si erano spinti in gruppo in mezzo alla strada, quando una macchina lanciata a grande velocità sbucò dalla curva. L’uomo al volante cercò di sterzare, ma non ne ebbe tempo. La macchina investì in pieno i cani, prima di rovesciarsi sul margine della strada. Tutti i cani rimasero uccisi, e con mio sollievo seppi che l’automobilista era rimasto miracolosamente illeso.»
«E Glenn, che disse?»
«Ne parve deliziato.» April Bell sorrise enigmaticamente. «Appresi poi che la cagnetta apparteneva a un chiroterapista con lo studio in fondo alla strada. Glenn non ama né i cani né i seguaci della chiroterapia, ma anche quella volta non si lasciò convincere all’esistenza delle streghe. Secondo lui, i cani erano morti perché la cagnetta s’era liberata del guinzaglio e non a causa di qualche mia “fattura”. Disse poi ch’era evidente come io non volessi rinunciare alla mia psicosi e che pertanto non avremmo fatto progressi fino a quando non avessi cambiato atteggiamento. Il mio presunto dono soprannaturale, secondo Glenn non era che autoillusione di origine paranoica. Mi addebitò altri quaranta dollari per quell’ora supplementare e iniziammo la seduta di psicanalisi.»
Barbee esalò un getto di fumo azzurro nella nebbia rossastra della sala e si mosse a disagio nella sua poltroncina triangolare. Vide il cameriere spiarlo imperiosamente, ma non aveva più voglia di bere, e riportò lo sguardo su April Bell. La ragazza ora sembrava al colmo della stanchezza. Lentamente, trasse la mano fredda di sotto alle dita del giornalista.