«Allora, parlamene.»

La voce di April Bell interruppe la sua breve fantasticheria. La ragazza at­tendeva, la penna puntata sul taccuino. Will sapeva perfettamente che non si deve mai rivelare al collega di un giornale concorrente il materiale che fa da sfondo a un servizio speciale, ma quei capelli erano d’un rosso fiamma trop­po rabbioso e quegli occhi bizzarramente allungati così misteriosi, che la sua riluttanza si sciolse come neve al sole.

«I tre uomini che nel ’45 sono tornati in Mongolia con Mondrick sono Sam Quain, Nick Spivak e Rex Chittum. Sono i miei più vecchi amici. Eravamo tutti colleghi all’università, quando ancora Mondrick insegnava alla Claren­don University. Sam e io siamo stati due anni a pensione in casa di Mon­drick, e poi tutti e quattro ci siamo trasferiti in un appartamento per studenti dell’università. Seguivamo i corsi di Mondrick e... insomma... sai...»

Barbee cominciò a balbettare e infine tacque, timido e impacciato. Un anti­co dolore che non s’era mai spento si era ridestato di colpo, gli palpitava in gola, stringendola in un nodo.

«Continua», disse April Bell con voce sommessa. Il sorriso di affettuosa comprensione che gli rivolse lo spinse a riprendere:

«Mondrick stava già cercando i suoi collaboratori più fidati, capisci. Doveva avere già in mente di fondare il suo istituto di ricerche antropologiche, seb­bene non gli abbia dato vita che quando io m’ero già laureato. Credo che scegliesse gli uomini da addestrare per le sue ricerche nel Gobi».

Inghiottì a fatica.

«A ogni modo, tutti noi seguivamo le sue lezioni... su quelle che lui chiama­va “scienze dell’uomo”. Lo adoravamo. Lui ci aveva procurato delle borse di studio, ci dava tutto l’aiuto che poteva e ci conduceva con sé ai suoi campeg­gi scientifici, d’estate, in America Centrale e nel Perù.»

Gli occhi della ragazza erano penetranti fino a sconvolgere.

«E tu, Barbee?»