«Che armi possono essere?», domandò. «Che cosa può esserci letale?»
«L’argento, per esempio. Lame d’argento, proiettili d’argento... ti dirò il perché, quando avremo tempo. Ma il contenuto di quella cassa può essere qualcosa di più mortale dell’argento... e la notte sta fuggendo via rapida.»
L’edificio della Fondazione per le Ricerche Antropologiche era costituito da una snella torre di cemento bianchissimo, alta nove piani. Le luci erano accese in vari piani, e si udiva un picchiar di martelli, il ringhiante gemito di una sega, voci di operai. La luce abbagliante di un riflettore fece fare un salto a Barbee. E si sentiva un odore di vernice fresca, al quale era mescolato un sentore bizzarro, sconosciuto, quasi intollerabile per le loro nari di lupi.
La lupa bianca gli si era posta accanto.
«Vedi? Quain si aspetta qualche iniziativa da parte nostra, e sta trasformando la torre di Mondrick in una vera e propria fortezza. Dobbiamo assolutamente arrivare alla cassa questa notte. Domani, non potremo più giungervi.»
Sottovento, il collie del professor Schnitzler cominciò a ululare.
«Ma perché fa così?», domandò Barbee apprensivamente. «Gli uomini, a quanto sembra, non ci vedono, ma i cani si spaventano sempre quando siamo vicini.»
April Bell emise un ringhio sommesso verso il cane ululante.
«La maggioranza degli uomini non ci può scorgere», rispose. «Nessun vero essere umano, credo. Ma i cani ci sentono in modo particolare, e nutrono un odio spietato nei nostri riguardi. L’uomo preistorico che addomesticò il primo cane doveva essere già nemico implacabile della nostra specie.»
Giunsero alla casetta di Pine Street, vicinissima alla torre di Mondrick, una casetta che Quain aveva fatto costruire l’anno in cui si era sposato. Barbee, ricordava, aveva bevuto un po’ troppo alla festicciola che Quain aveva dato per inaugurarla, anzi, s’era praticamente ubriacato, per mascherare la delusione che gli aveva dato Nora...