Barcollò, dovette accasciarsi sul logoro tappeto dello studio, dove giacque scossa da un lungo tremito.

«April!» E Barbee le sfiorò col muso l’umida punta del naso.

«Siamo in trappola.» La lupa bianca ansimava penosamente. «Ecco per­ché... Quain se n’è andato a letto... lasciando la porta di casa socchiusa. Quella cassa è l’esca... su cui contava. E il suo maledetto contenuto ci uccide lentamente.»

Barbee aveva finito per dimenticarlo. Levò il muso aguzzo per fiutar l’aria. L’odore immondo sembrava essersi attenuato, era quasi gradevole ora. Tor­pidamente, lo fiutò ancora.

«Non respirarlo!», disse la lupa bianca. «È veleno! Quain lo ha lasciato qui per ucciderci!» Si era abbandonata sul pavimento, e lunghi brividi di sof­ferenza passavano come onde sul bel corpo slanciato. «Dobbiamo fuggire subito di qua... e correre dalla tua... cara amica Rowena!»

Poi giacque immobile e muta.

«April!», ululò Barbee. «April!»

La lupa bianca non si mosse nemmeno.

8.

Si adagiò accanto alla lupa. Le esalazioni della cassa si facevano sempre più gradevoli e stupefacenti, quelle esalazioni, misteriose, antichissime, più anti­che della storia, d’una sostanza occulta, rimasta sepolta per millenni sotto le sabbie dell’Ala-shan, insieme con le ossa delle sue vittime.