Attraversarono veloci e lievi il gran prato, con la gradevole sensazione della brina che crepitava dolcemente sotto i loro cuscinetti, vigili a ogni suono e odore della città dormiente, e perfino i graveolenti sentori di un camion che passava — quello del lattaio — parevano fragranti, ora, dopo il fetore che li aveva quasi uccisi nello studio di Quain.

A ovest dell’università, in University Avenue, si fermarono presso la vecchia casa di mattoni, dal giardino incolto. Barbee rimase indietro, nel vedere il velo di crespo nero pendere dalla porta d’ingresso, ma la lupa sottile e veloce si volse a guardarlo invitante, e il suo odore di bosco finì per dissolvere le sue ultime perplessità. Perché il suo corpo, ormai, giaceva lontano, e i suoi ceppi umani erano spezzati. La cosa che per lui contava di più era quella lupa bianca, così viva e affascinante. Lui era con il suo branco, ora, in cui tutti seguivano il Figlio della Notte. Attese con lei, presso la porta, che i pannelli si dissolvessero.

La lupa bianca sussultò accanto a lui, e le nari di Barbee percepirono l’odo­re acuto e disgustoso di cane. A entrambi il pelo si rizzò ispido sul collo e la lupa bianca emise un ringhio sommesso e prolungato.

A poco a poco, Barbee vide la parte inferiore della porta sfumare nell’ir­realtà e poi, oltre la minuscola anticamera, la stanza così familiare, con la nera caverna del caminetto e la massa scura del gran piano a coda di Rowena. S’udirono anche dei passi frettolosi e si scorsero vaghe ombre muoversi nella casa buia. La serratura scattò e la porta fu spalancata di colpo.

La lupa si ritrasse con un balzo dietro il suo compagno, digrignando silen­ziosamente i denti. Un’ondata di odori li sommerse, irrompendo dalla porta spalancata: quello della stufetta a gas che ardeva nel camino, e la densa dol­cezza delle rose sul pianoforte; c’era anche il profumo di lavanda e di naftali­na delle vesti di Rowena Mondrick e l’acre e caldo odore spaurito del suo corpo. Ma su ogni altro sentore dominava quello di cane.

Quel lezzo lo colmò di un terrore più antico ancora del genere umano, destando in lui un odio di razza implacabile. Col pelo irto, le zanne a nudo, s’acquattò per affrontare un nemico da epoche immemorabili.

Rowena Mondrick comparve sulla soglia, con al fianco, al guinzaglio, l’e­norme cane che ringhiava sordamente. Avvolta in una vestaglia di seta nera, si fermò sulla soglia, alta e severamente eretta. La luce lontana di un lampio­ne trasse riflessi pallidi dalla collana d’argento che aveva sul seno e dai brac­ciali e anelli d’argento massiccio. Rifulse gelida sulla punta di uno stiletto argenteo che la donna impugnava.

«Aiutami», Barbee sentì che la lupa gli diceva, «aiutami ad abbatterla!»

Quella cieca alta e sottile, che stringeva un pugnale acuminato e aveva ac­canto a sé una belva minacciosa, era stata un tempo sua amica. Ma ora Bar­bee sentì di odiarla, di detestare l’essere umano che era. Strisciando sul ven­tre, i due lupi mossero verso la preda.

«Cercherò di afferrarla al braccio, mentre tu devi saltarle alla gola prima che possa servirsi di quella lama d’argento», fu l’ordine di April.