La faccia bianca e sottile di Rowena era stanca, oscurata da una tristezza senza nome. La cieca piegò il capo da una parte e Barbee rabbrividì per la sconcertante impressione che le buie lenti nere potessero vederlo.

«Will Barbee.» Ella pronunciò il nome a bassa voce, dolcemente, chinando il viso verso di lui, come se lo vedesse. E in quella voce il tono era solo di lieve rimprovero. «Sapevo il pericolo che correvi, e ti ho avvertito di guardar­ti da quella piccola strega perversa, ma non avrei mai creduto che tu rinne­gassi la tua umanità così presto.»

Barbee si volse a guardare la lupa bianca, già disposto a desistere, ma il feroce scherno delle sue zanne scoperte lo fermò.

«È un grande dolore per me, Will», riprese la cieca, «che sia tu, ma ora so che hai ceduto al sangue nero che scorre nelle tue vene... avevo sempre sperato che tu potessi dominarlo: non tutti coloro che hanno sangue nero appartengono alla razza delle streghe, Will, lo so molto bene. Ma con te mi sono sbagliata.» Fece una pausa, più rigida che mai nella sua severa vestaglia di lutto. «So che sei qui, Will Barbee.» Gli parve di vederla rabbrividire, mentre stringeva con mano più ferma lo stiletto di puro argento. «E so quel­lo che vuoi.» Il cane fissava gli occhi gialli sulla lupa bianca, seguendone ogni movimento e ringhiando con segreta ferocia. «Lo so, ma non sarà facile ucci­dermi.»

La lupa, sempre strisciando, volse il capo a guardare il suo compagno: «Tienti pronto», lo avvertì. «Quando le sarò sotto il gomito!»

Il lupo grigio raccolse le forze e misurò la distanza che lo divideva dalla gola della cieca, pronto a balzare. Sapeva di dover obbedire, la sua umanità per­duta non era più che un vago sogno, e la sola realtà per lui era il presente, ormai.

«Ora!», disse la lupa. «In nome del Figlio della Notte!»

Balzò silenziosa, mentre il suo corpo sottile formava una fulminea parabola bianca e le sue zanne afferravano il braccio della cieca. In attesa che questa lasciasse cadere il pugnale, Barbee sentì una cupa ferocia salire dal più pro­fondo del suo essere, una sete divorante per la dolcezza del sangue.

«Will!», singhiozzò Rowena. «Tu non puoi...»

Trattenne il fiato, pronto a balzarle alla gola. Ma Turk lanciò un latrato, mentre Rowena, liberatolo, indietreggiava pazzamente trinciando l’aria con lo stiletto d’argento.