Torcendosi a mezz’aria, la lupa riuscì a evitare la lama. Ma i pesanti brac­cialetti della cieca la colpirono con forza sulla testa lunga e sottile. Cadde, il bianco corpo fremente, e il cane le fu sopra e la azzannò alla gola. Divinco­landosi sotto le sue fauci, gemette acutamente, e infine giacque immobile.

Quel gemito liberò completamente Barbee delle sue ultime perplessità. Le sue zanne nel ferire la gola del cane andarono a urtare contro il massiccio collare d’argento. Il dolore atroce causato dal freddo metallo lo fece trabal­lare, ottenebrandolo.

«Non lasciarla, Turk!», gridò la cieca.

Ma il gran cane aveva già abbandonato la lupa bianca e si girava per affron­tare l’attacco di Barbee. La lupa riuscì a risollevarsi e si volse per fuggire:

«Andiamo, Barbee. La donna ha troppo del nostro sangue nero, ed è trop­po forte. Non possiamo aver ragione di lei, del cane e dell’argento!».

E fuggì per il prato, seguita dal lupo grigio.

La cieca li inseguì, muovendosi con una libertà di movimento ch’era terribi­le, ora. Il lampione lontano traeva nuovi riflessi dai monili ch’erano la sua vera armatura, e dalla lama sottile dello stiletto d’argento.

«Prendili, Turk!», gridò con forza al cane. «Ammazzali!»

A fianco a fianco, la lupa bianca e il lupo grigio correvano per la lunga via silenziosa e deserta verso il prato dell’università. Barbee si sentiva annebbia­to e indolenzito dal duro colpo contro il massiccio collare d’argento e sapeva che il gran cane fulvo lo avrebbe raggiunto in breve. Già il suo rabbioso abbaiare gli era alle terga, e allora, presso il prato, si voltò bruscamente, per opporre al nemico una disperata resistenza.

Ma la lupa gli passò innanzi e corse incontro al cane. Saltellando graziosa davanti a Turk, si gettò poi di lato, fuggendo tentatrice, e il cane la seguì. Pareva irridere al suo assordante abbaiare coi suoi teneri guaiti. E così liberò il lupo grigio dal gran cane fulvo, attirandolo sempre più lontano, verso l’au­tostrada deserta, al di là del prato.