«Prendili, Turk!», urlava la cieca, ormai prossima a Barbee, che si ritrasse da lei in preda a un cupo malessere. «Tienili, finché non ti ho raggiunto.»
Barbee si accorse che la cieca lo seguiva correndo; ma era rimasta indietro di un intero blocco di case. A un tratto, inciampò contro l’orlo di un marciapiede e la povera donna cadde distesa sul cemento.
Barbee sentì ancora una trafittura di compassione. La caduta improvvisa doveva averle fatto molto male. Ma l’istante dopo, la cieca era di nuovo in piedi e riprendeva l’inseguimento zoppicando. Il lupo grigio riprese il suo trotto silenzioso e imboccò finalmente l’autostrada dove aleggiava ancora l’odore della lupa frammisto a quello del cane.
Quando si volse nuovamente a guardare, sotto il semaforo ammiccante, là dove Central Street attraversava l’autostrada, la cieca aveva perso molto terreno. Un’auto stava venendo verso di loro. Barbee si ritrasse dalla luce abbagliante dei suoi fari, che lo aveva semiaccecato, e si rifugiò in una viuzza laterale, in attesa che passasse. Quando ritornò sulla strada, Rowena era scomparsa.
Il lontano abbaiare di Turk s’era definitivamente perduto, ma l’odore della lupa aleggiava ancora nell’aria, sebbene molto più tenue. Seguendo quell’odore, il lupo grigio si lanciò per un dedalo di viuzze trasversali, che lo portarono alla fine davanti all’ampia distesa dello scalo ferroviario. L’odore della lupa vi era quasi impercettibile, dominato da quello del grasso di macchina e del carbone bruciato che impregnavano le traversine, e dell’acido solforico nel fumo delle locomotive. Barbee tuttavia riuscì a non perdere la lieve traccia, fino a quando una locomotiva in manovra gli si parò dinanzi sbuffando, un frenatore ritto sul predellino con una lampada in mano.
Il lupo balzò da una parte come una molla, ma un getto caldo di vapore lo avvolse assordante, sommergendo ogni altro odore che non fosse quello caldo e umido di olio e metallo. La traccia era perduta. Si mise a trotterellare stancamente, in cerchio, sull’ampio fascio di binari, ma non c’era nell’aria che quel sentore di carbone e di macchine unte e ribollenti.
Puntò le orecchie, ascoltando disperatamente: sibili di vapore, cozzi metallici nel deposito locomotive, e il lontano macinar dei mulini presso il fiume. Da una grande distanza oltre il fiume gli giunse il fischio di un treno in arrivo. Ma i fievoli latrati del cane fulvo erano scomparsi.
Una trafittura penosa gli colpì gli occhi, quando volse il muso a guardare a Est, verso il primo verdastro chiarore dell’alba. La lupa bianca era scomparsa e la luce mortale del giorno lo minacciava; solo allora si accorse di non sapere come ritornare a casa e al suo corpo umano.
Aveva ripreso a trotterellare sulle fredde parallele dei binari, senza meta, quando gli giunse nuovamente l’abbaiare di Turk, latrati stanchi e delusi, verso i mulini. Riprese allora la corsa in quella direzione, fiancheggiando una lunga fila di carri merci, che lo riparava in parte dal tormento di quel primo, vago albeggiare.
Infine, vide la lupa bianca, che gli balzava incontro con una grazia molle e selvaggia insieme. Doveva avere abilmente condotto il cane lungo un ampio circolo, ma si vedeva che era stanca, ora, o indebolita dalla luce crescente, perché il cane stava guadagnando rapidamente terreno e i suoi latrati ricominciavano ad avere una nota di rabbiosa esultanza. Nuovamente, la lupa e il lupo ripresero la corsa l’uno accanto all’altra allontanandosi dallo scalo, ma seguendo i binari in direzione del fiume.