Questo era ormai vicino: dall’ombra densa delle sue rive saliva l’umido lez­zo della fanghiglia e delle foglie imputridite. Ma oltre il fiume la bianca fiam­ma dell’alba cominciava ad ardere terribile nel cielo. Ancora lontano, il tre­no fischiò una seconda volta.

Raggiunsero il ponte strettissimo, lanciato arditamente sull’acqua nera, e la lupa vi proseguì la sua corsa, delicatamente passando da una traversina al­l’altra dell’unico binario. Barbee si fermò, pieno di un antico e vago terrore dell’acqua ribollente dei fiumi. Ma il cane coi suoi rabbiosi latrati gli era già addosso, e fu costretto a gettarsi sul ponte della ferrovia, scegliendo cauta­mente le traversine su cui camminare. Il cane lo seguì, impetuoso.

Barbee si trovava a metà circa del ponte quando i binari cominciarono a vibrare. Poi il treno fischiò per la terza volta e il fanale che la locomotiva portava in testa apparve fulgido a una curva, a poco più d’un chilometro di distanza. Di nuovo, si fermò, atterrito; ma il cane gli era ancora dietro mi­naccioso, e lui nuovamente balzò in avanti, nel disperato tentativo di rag­giungere il capo del ponte prima del treno.

L’apparente stanchezza della lupa bianca era sparita, ora. Correva lunga e sottile come una freccia molto innanzi, e Barbee la inseguì con uno sforzo mostruoso lungo il metallo sonante. Poi l’aria fu tutta sconvolta e l’intero ponte si mise a tremare. Barbee vide la lupa in cima al ponte, seduta presso i binari ad aspettarlo, irridendo al cane.

Con un ultimo balzo le fu accanto, insieme con la ventata calda e polverosa del treno rombante. Fievole, gli giunse l’ultimo ululato atterrito del cane e il tonfo del suo gran corpo fulvo nelle acque nere. La lupa si scosse la cenere fuligginosa dal mantello, e si alzò con eleganza.

«S’è fatto giorno, è tempo di ritornare a casa. Addio, Will.»

La vide allontanarsi trotterellando lungo il binario, e Barbee a un tratto si ritrovò solo. La fiamma che ardeva a oriente lo trafiggeva, e fu colto dal terrore di caderne vittima. Come ritornare? Disperatamente, si protese a tentoni verso il suo corpo.

Era solo vagamente consapevole del suo corpo, disteso, rigido e infreddoli­to, di traverso sul letto del suo appartamentino in Broad Street. Desiderò con tutto se stesso di possederlo, di muoverlo, come qualcuno che cerchi di svegliarsi da un sogno. Il primo sforzo fu debole e terribilmente doloroso, come se dipendesse da qualche facoltà mai usata prima d’ora. Ma il dolore stesso serviva da sprone. Ancora una volta sentì quello strano mutarsi, quel fluire della metamorfosi, e si levò a sedere tutto indolenzito sulla sponda del letto.

La piccola camera era divenuta gelida durante la notte e Barbee si sentiva tutto intirizzito. Una strana ottusità lo possedeva, come se tutti i suoi sensi si fossero attutiti. Fiutò l’aria in cerca di tutti gli odori e sentori così acuti per il lupo grigio, ma le sue nari d’uomo non raccolsero nulla. Perfino l’odore di whisky era sparito dal bicchiere vuoto sul comò. Dolorante di stanchezza, si avvicinò zoppicando alla finestra e sollevò la tapparella. La grigia luce del­l’alba faceva impallidire i lampioni per la via, e lei si ritrasse di scatto dal cielo pieno di luce, come se fosse la terrificante faccia della morte.

Che sogno!