Si asciugò la fronte del freddo sudore che ancora la ricopriva. Un dolore tenace gli pulsava nel canino destro: la zanna, si ricordò con profondo males­sere, che aveva battuto contro il collare di Turk. Se erano questi gli effetti di qualche dose troppo abbondante di liquore, si disse, era proprio meglio darsi all’astinenza.

Aveva la gola ruvida e secca. Si diresse zoppicando verso la stanza da bagno per bere un bicchier d’acqua e, allungando la sinistra verso il bicchiere, si accorse di tenere ancora stretta nella palma della mano destra la spilla di giada bianca. A bocca aperta, stette a guardarsi la mano intorpidita, e fu allora che si vide sul polso sottile un lungo graffio rossastro, là dove i dentini aguzzi di Grillo avevano morso, nel sogno, la zampa anteriore del lupo.

Nulla di troppo strano, in tutto questo, si disse, ricordando le dissertazioni di Mondrick, all’università, sulla psicologia dei sogni: certi fenomeni del sub­cosciente, diceva Mondrick, erano sempre meno straordinari e istantanei di quanto sembrassero al sognatore.

I suoi dubbi su April Bell, insieme con l’incredibile confessione della ragaz­za, lo avevano spinto durante il sonno ad alzarsi per andare a frugare nella vecchia scatola in cerca della spilla. Doveva essersi graffiato il polso con una di quelle lamette arrugginite, o forse con la spilla stessa. E tutto il resto non poteva essere che il suo sforzo inconscio di spiegare quel banale incidente, con l’abbondante materiale dei suoi desideri e dei suoi timori rimossi e se­polti nel subcosciente.

Così doveva essere! Con un sorriso di sollievo si sciacquò la bocca arida e poi allungò con bramosia la mano verso la bottiglia di whisky per versarsi un goccio che lo aiutasse a cominciare una nuova giornata di quella sua vita da cani... Fece una smorfia, ricordando il disgustoso odor di cane del sogno, e rimise con fermezza la bottiglia al suo posto.

9.

Provò a riaddormentarsi, ma i particolari del suo sogno lo ossessionavano talmente che dovette rinunciarvi e zoppicando tornò di nuovo alla finestra e l’aprì completamente alla cruda luce del giorno. Poi, disinfettata la misterio­sa graffiatura e rasosi con gran cura, prese un’aspirina per addormentare il dolore che gli faceva il dente. Infine, visto che i dubbi e le apprensioni che gli causava l’incubo della notte non si placavano ai suoi vari tentativi di una spiegazione razionale, decise di telefonare a Rowena per accertarsi che fosse al sicuro nella sua casa col fedele Turk accanto.

Formò il numero con un indice ancora intorpidito, e per un bel pezzo nes­suno rispose: forse, sperò, tutti erano ancora comodamente addormentati nel loro letto. Finalmente, la voce acuta della signora Rye, la direttrice di casa, gli domandò piuttosto di malagrazia che cosa volesse.

«Parlare alla signora Mondrick, se è già alzata.»

«La signora non c’è.»